Quei fantasmi d’arcobaleni in un inverno di Ernesto Ragazzoni ad Orta nel 1919

(…) Erano stagioni di languore, di luci indolenti e stanche, ma una carezza tepida di vapori tenui, – si sarebbero detti fantasmi d’arcobaleni – lentamente sfiorava le acque silenziose e i colli, e n’erano ancora avvivate un poco le tinte appassite e non ne aveva l’anima tristezza ma riposo. Nell’aria, qualcosa ancora della giocondità della vendemmia si dilungava. Tra i pallori del novembre emergevano tuttavia vene delle porpore dell’ottobre.
Dai muriccioli lungo la sponda, i fichi ramosi, protesi sul lago, parevano stupire di mirarsi tanto gialli in tanto specchio di quiete.

E così grande stava la quiete, che lo sbattere di remi di una barca lontana, il cigolare di un carro su una strada remota, l’appello di una voce sperduta, il rintocco di un’invisibile campana davano sorpresa come echi sotto una grande cupola vuota, ed era come se chiamandosi l’un l’altra, prese da nostalgia, le cose distanti si dessero l’intesa per un comune raccoglimento: «stiamo insieme! stiamo insieme! già si accendono nelle case i focolari e gli uomini vi si stringono intorno!» (…)

Ernesto Ragazzoni (1919)

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