PEP LAURA “Il diarista dell’ottocento ortese”

Pubblichiamo qui un primo racconto (ne seguiranno altri) da un volume ormai irreperibile: Il piccolo mondo del lago d’Orta di Gabriele Galli.
Un breve testo. Un frammento che pare depositato sul fondo d’un mondo remoto. Una “storia” vera che pare indossare le vesti d’una fiaba ormai.
E ammalia. Innamora. Stordisce di spietate inguaribili tenerezze.
Basta “chiudere” gli occhi leggendo, e ascoltare:

PEP LAURA
“Il diarista dell’ottocento ortese”

(agosto 1943)

Io gli ero amico. Di anni ne aveva parecchi: assai più che la sua figura dimostrasse. Dritto nella persona bassa, né magro né grasso, umbertini i baffi, portava la chioma un tempo abbondante ed ora fattasi grigia e scarsa a modo di zazzera, così come ci è dato vedere su tele dell’ottocento in ritratti d’abati e di musicisti. Amava grandemente la musica e a memoria dei vecchi fino dalla lontana giovinezza usava al ricorrere di ogni festa nazionale dare la sveglia al borgo ancora impigrante tra le lenzuola (chè i cittadini… dabbene non si levano da noi prima delle nove): spalancava le imposte della sua finestretta, la terza all’ultimo piano della casa — ora Terzaghi — là, in fondo alla piazza, che dava ospitalità agli uffici della R. Pretura, e giù una marcia reale di quelle che riscaldano il sangue anche alle lucertole. Nell’altre mattine poi di buon umore — ed erano le più dell’anno — canzonicchiava in un clarinetto le canzonette in voga; e così la clientela rivierasca che nei giorni d’udienza s’attardava sotto i portici nell’ansiosa attesa deí rispettivi patroni che giungevano da Omegna in carrozza o dalla sponda occidentale del lago in barca, cichettando di quando in quando nel caffè aperto a piano terreno («antico caffè Regli» diceva la scritta esterna su legno) aveva il conforto di sentirsi ripetere dalla sciura Chela, l’ostiera dalle parole dolci e dal caffé amaro «buon segno quest’oggi: il Pep Laura suona».
Della musica, dicevo, aveva una vera passione. Era egli anzi l’anima di una piccola orchestra locale che si sapeva produrre in pubblico, in ogni occasione, vuoi lieta, vuoi triste, non tralasciando tuttavia di creare l’occasione medesima quando questa mancasse. Vi facevano parte un onesto notaro Ronchetti in funzione di contrabbasso; con tanto di violino un Giuseppe Rimola, piovuto qui da Novara, barbitonsore, detto il Paciamucc, che teneva un salone di toeletta in un bugigattolo ricavato in un anfratto dell’ampio negozio di salumeria, commestibili e pescheria di Gabriele Bellosta, mio nonno, sotto i portici retrostanti al palazzotto comunale. Buon ultimo e quale emerito chitarrista veniva un Felice Frascoia calzolaro di mestiere e pescatore per tradizione. Or avvenne purtroppo però che questi in una avventurosa notte sul lago, usando in dispregio alle leggi sulla pesca, la dinamite, perdette la mano destra, sicché il quartetto dei suonatori s’era venuto a trovare a stecchetto di concerto con minaccia di cessazione d’esercizio. Della cosa tanto si parlava in paese che un certo sig Chiesa, che qui si trovava in lieto soggiorno, si prese a cuore la faccenda e a sue spese ricorse ad un ortopedico di Milano e ad una casa musicale ottenendo la costruzione di un apparecchio che permettesse ancora al povero monco di suonare il suo strumento preferito. Ritornò così la pubblica pace e la gioia privata: il Pep Laura volle degnamente ringraziare il provvidenziale salvatore della banda con un concerto che è passato alla storia.


Di nome era Giuseppe Gattoni, ma tutti indistintamente lo chiamavano Pep Laura. L’origine dell’appellativo è discussa: deriva indubbiamente dal nome di sua madre; tuttavia alcuni vogliono cercarne la spiegazione nel nome poetico dell’aria «aura» che solfeggiava, né mancano i maligni che preferiscono attribuirla, sia pure operando il necessario spostamento dell’accento dall’a all’u, all’implicito invito al lavoro «laùra» contenuto nel nome in quanto il lavoro non deve mai essere stato il suo forte. Del resto di questa scarsezza di volontà o attitudine lavorativa soffrono molti miei borghigiani. Sia l’ambiente, sia il clima, sia la mancanza di qualsiasi industria in Orta, alla quale è unica fonte di vita il forastiero, sia egli come per il passato straniero, sia come al presente connazionale, sta di fatto che la bella, ineguagliabile piazza coronata da ippocastani, sia la ombrosa vegetazione del Sacro Monte fanno da calamita agli abitanti e li invitano al riposo o al passeggio. Qualche magro bene di fortuna avita, qualche guadagno nella stagione estiva, molto credito nei periodi di magra, fanno sì che la vita possa essere campata, sia pure senza troppe esigenze, in modo piano e sufficiente. Forse anche qui torna a proposito l’ariostesco adagio che insegna come la terra simili a sé produca gli abitatori. A proposito anzi dell’attività lavorativa del Gattoni si raccontano di lui graziosi episodi dei tempi lontani in cui gestiva un piccolo fondaco da calzolaio. Aveva apprendisti di breve durata ma di nessuna pretesa, per cui impartite le prime norme dell’arte sutoria da parte del principale, il lavoro veniva eseguito dagli aiutanti ai quali era inoltre riservato il compito di giustificare l’assenza del padrone ogni qualvolta un importuno o impaziente creditore si pre-sentava al redde rationem. Non già che si sottraesse ai pagamenti: tutt’altro. Col tempo e con la pazienza provvedeva a tutto; ma era necessario che il fornitore facesse il callo alle costumanze del tempo e del luogo. Se qualcuno poi esperiva ricerche e lo andava a scovare al cafferuccio del monte o al ristorante di santa Caterina verso la Prisciola, veniva immancabilmente bene accolto e soprattutto ammansito sicché non era raro il caso che finiva di ridiscendere in paese col ricercato dopo aver con lui vinta una partita a scopone o riportata una sconfitta alle bocce. In fondo erano bei tempi quelli: non usavano né tratte né cambiali; le banche mancavano e solo teneva un po’ di cambio un negoziante di Borgomanero che veniva di mercoledì al mercato con una grossa borsa di cuoio e accontentava il pubblico e se stesso senza tirannie di tassi elevati o brevità di scadenze torturanti. C’era sì l’esattore; poteva però vantarsi dopo trenta anni di onorata fatica di non avere mai esperito procedure esecutive, eccezion fatta dí una sola volta in cui però aveva abbandonato a mezzo l’intrapresa azione.

rivelago

La sponda a fine ‘800 (clicca sull’immagine per ingrandirla)

Dicono due proverbi piovuti a noi giù dalla valle Strona: «a pagar vai lento, o pagherai poco o pagherai niento! », e l’altro: «se l’inverno ti sembra lungo firma a San Martino una cambiale con scadenza a quattro mesi e sentirai subito il vento di primavera». Ma ritornando al Pep Laura la caratteristica sua non era già quella ricordata, comune come si è detto ad altri, seppure egli non a torto potesse essere considerato l’elegante prototipo, quanto quella davvero eccezionale d’aver iniziato ancor giovanissimo un volume di cronache locali, segnando ogni giorno le nascite, i matrimoni, le morti; le avventure e le disavventure pubbliche e private; gli incidenti del pulzellaggio; le storie minute di amori e il loro lieto o triste fine; le tradizioni e le cerimonie del luogo, i furti o le «robbarie» e quell’altre offese al codice penale, con tanto di indicazione degli autori ancor quando alla giustizia rimanessero ignoti. E aggiungeva ancora i capricci del tempo, le ospitalità nobili o ambigue di molte case, con richiami ad epoche passate o da lui non vissute e alle voci giunte per retaggio di generazioni, sicché può ben dirsi che tutta la vita ortense del secolo scorso e di un quarto di questo ha avuto in lui o un cronista fedele o uno storiografo brillante, seppure modesto. Notava ogni sera e raccoglieva con la sua scrittura chiara e rotonda il frutto delle sue indagini. Il mattino poi aiutato da una fervida memoria riandava negli anni ripescando le notizie di quel giorno nel tempo passato, sicché non mancava mai di rintracciare i designati per porgere un augurio o richiamare un episodio o rievocare un parente. Scendeva in piazza senza cappello (non portava quasi mai un copricapo), a passi lenti si dirigeva or qua or là agitando un bastoncino di canna e fischiettando fra i denti. «Buon compleanno… trent’anni or sono come oggi alle un-dici e mezza venivate al mondo! Bella giornata quella, molto sole; la terza pianta dell’allea metteva già le prime foglioline». Oppure: «Sempre buon umore in casa eh! Non era così quarantadue anni fa quando in seguito ad una pioggia ecce-zionale l’acqua del lago aveva invasa la piazza e in casa vostra si poteva entrare in barca». E se nulla avevate da aspettarvi (cosa del resto sempre in-certa) e lo richiedavate di qualche notizia «nessuna novità oggi?» vi fissava gli occhi in fronte e poi godendo un poco della sua riputazione si portava una mano alla bocca, dimostrava o fingeva di riflettere e vi sussurrava magari: «Novità per noi, ecco, non mi pare… » e così dicendo si girava attorno buttan-do gli occhi o su qualche persona che attraversava in quel men-tre la piazza o dirigeva la mano verso una casa o una via del borgo e vi spiattellava il «fattaccio» che venti, trenta o cinquant’anni prima — a ricorrenza calendaria — aveva angu-stiato la persona o cercato l’ombra del mistero in quella casa, o messo a soqquadro la via. Poi battendosi l’una mano sull’altra tirava la morale: breve, caustica, perfetta.

Sul fondo, dietro il Palazzotto, le finestre del Pep Laura

Sul fondo, dietro il Palazzotto, le finestre del Pep Laura

Queste sue chiuse erano chiamate sentenze. E facevano spesso il giro dei caffé e dei ritrovi. Non pochi i fatti che avevano per suggello una frase da lui pronunciata o da lui sentita o riferita. Le discussioni finivano e non mancava il motto sgannatore: sentenza del Pep Laura. Era l’ipse dixit dei miei concittadini. Era un arricchito di troppo recente data? Il Pep Laura rispondeva asciutto al suo saluto, poi rivolgendosi a te diceva: «va all’imbarcadero e chiedi: come si fa a far roba? L’eco risponde: roba! » (in italiano: ruba). Ora quel prezioso diario è a mie mani: non sarà forse discaro ai miei concittadini seguirne con me altra volta la tra-ma. Ragioni di brevità e di prudenza mi indurranno a sottacere molte cose riferentisi a persone viventi o se biasimevoli a loro trapassati congiunti, e tali che potrebbero creare scapito alla memoria di chi scrisse e querele a chi raccogliendo le pubbliche; ma tante altre ci torneranno care e ci riporteranno a un tempo da noi forse non vissuto, ma del quale abbiamo innata la nostalgia. E poi sono piccole cose del nostro paese, e tutto ciò che è suo è pure nostro e ci piace. Visse il fedele diarista qui per ottanta anni amato e benvoluto da tutti: depositarli) del comune passato, nunzio di cose belle, fustigatore di tristi. Ricordo ancora che ogni stagio-ne che si rinnovellava aveva in lui il primo avvistatore: erano suoi i primi fiori. Scendeva a febbraio dal monte col mazzet-to delle primissime primule; a fine maggio con un pugnello di ciliege dalla Bagnera. Poi un giorno ultraottantenne con meraviglia e dolore di tutti il Pep Laura dovette dare l’addio al suo borgo: una sua figlia con la quale aveva vissuto gli ultimi anni, trasferitasi a Torino, lo portava con sé. Pianse, ma era persuaso della necessità di staccarsi da Orta: partì pensando che per il solo periodo invernale sarebbe rimasto assente: a primavera avrebbe fatto ritorno. E lo vedremo a Torino continuare la sua cronaca, con quelle poche notizie che gli potevano giungere dal suo paese e dal suo lago, attraverso lettere, amici o giornali. E troveremo nei suoi scritti l’amore diventato passione, in quei mesi di non prevista lontananza. Si spense così, lontano, per vecchiaia, tra l’amore dei figli e la speranza del ritorno. Ancora nell’ultimo giorno dí sua vita prese tremante la penna: fuori neviscolava. Doveva essere in grande serenità la sua dolce anima. Scrisse: «oggi una piccola nevicatella». E la premessa di quel giorno non ebbe seguito alcuno.

Gabriele Galli, da Il piccolo mondo del lago d’Orta, Alberti Edit., 1987

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