Orta in un racconto di Piero Chiara: “Sotto la sua mano” (l’incipit e invito alla lettura)

“Quando nel 1958 il mio amico Ferriani, gran cacciatore, mangiatore e amatore fortissimo al tempo di sua vita, decise d’improvvisarsi editore per stampare alcune opere venatorie, gli proposi di includere nella sua collana, dove già figuravano le opere dí Alberto Bacchi della Lega e di Paolo Savi, l’Uccelliera di Giovan Pietro Olina. L’opera, apparsa la prima volta nel 1622 e riesumata altre volte nel corso di tre secoli, era di un gusto così particolare che il Ferriani non esitò ad introdurla nel suo programma, del quale fu l’ultima voce, perché poco tempo dopo un incidente di caccia troncò giorni ed opere di quel gagliardo uomo.
Bisognandomi, nel ristampare l’Olina, andare un po’ oltre le notizie pubblicate dal G. B. Finazzi nella sua Bibliografia Novarese del 1886, pensai di ispezionare presso la Civica Biblioteca Negroni di Novara le carte di un “Fondo Olina”, colà esistente. Ma non avendovi trovato nulla che riguardasse il mio autore, dopo aver rilevato dai registri parrocchiali della cattedrale di Novara l’atto di decesso del canonico Giovan Pietro Olina de loco Ortae in Riparia S.ti Julii, mi venne in mente di andare a Orta, in cerca di un vecchio prete, don Gaudenzio Maffei, mio lontano parente, pensando che non gli doveva essere ignota la figura del suo conterraneo e confratello secentesco.
In un’antica casa, rimasta intatta da secoli dentro e fuori, trovai don Gaudenzio, novantenne, intento ad apporre un’annotazione in fondo a un enorme registro dove da sessant’anni andava elencando tutte le opere d’arte esistenti nelle chiese della diocesi di Novara.

Casa Parrocchiale ad Orta

« Questi registri » mi disse « appena io sarò morto scompariranno, perché diventerebbero l’inventario di tutto ciò che è stato rubato, venduto e disperso in questi tempi. »
Don Gaudenzio era un vecchietto alto poco più di un metro, perché la schiena con l’età gli si era arrotondata come un manico d’ombrello. Calvo, con gli occhietti vivaci e il naso a ventola, magrissimo e avvoltolato dentro una talare di color marrone più che nero, il vecchio prete, secondo cugino del mio nonno materno Giulio Maffei, mi mostrò tutta la sua casa, che sembrava un magazzino d’antiquariato tanta era la roba del Sei e del Settecento che vi aveva raccolta.
Dietro la sua scrivania, dove andò a sedersi, c’era un enorme armadio a più porte che teneva tutta la parete.

Frontespizio dell’Uccelliera dell’Olina

« Lo vedi questo armadio? » mi disse battendolo con le nocche dietro la schiena. Guardai l’armadio in tutta la sua estensione e notai che era di noce massiccio, di linea severa, lucido come uno specchio e quasi per niente camolato.
Don Gaudenzio apri un’anta e mi indicò, sugli scaffali più alti, una fila di cartelle piene di documenti.
« La vedi quella cartella gialla lassù, la seconda a destra? » mi gridò. « Farà la fine dei miei inventari delle opere d’arte, perché contiene cose grosse, carte pericolose! »
Venuti a discorrere di ciò che più mi interessava, cioè dell’Olina, don Gaudenzio mi mostrò una copia della rivista “La Martinella”, dove tal Giosafatte Rotondi, dopo aver compiuto diligenti ricerche nei registri di Quarna di Sopra, aveva messo in luce la figura di un certo Biagio Pietro Antonio Oglina, prete incarcerato per affari di donne nel ‘700. Mi accorsi subito che si trattava di persona ben diversa dal mio autore, anche se dello stesso cognome, e precisamente di quel “pover Abbaa Ovina” citato dal Porta nella Guerra di Pret.
Capìto l’errore, don Gaudenzio andò diritto a un’altra cartella e mi mise davanti tutto quel poco che si poteva sapere sull’autore della Uccelliera, rinviandomi per altre notizie, se pur valeva la pena di cercarne, all’Archivio capitolare della cattedrale di Novara o a quello della parrocchia di San Clemente, ora soppressa, nella cui giurisdizione abitò l’Olina, dopo essersi ritirato a vivere delle magre investiture che gli aveva ottenuto il suo protettore marchese Cassiano dal Pozzo.

Avevo visto per la prima volta don Gaudenzio Maffei, cameriere segreto di Sua Santità, del quale mi aveva parlato tanto mia madre, e mi era sembrato tale personaggio da meritare altre visite, in quella sua casa dove da un finestrino di fianco alla scrivania si vedeva una discesa di tetti fino al lago immobile, e alta sulle acque, l’isola di San Giulio.

Casa Parrocchiale di Orta (dettaglio)

Non era passato un mese, che tornai a Orta e salii fino alla casa di don Gaudenzio, dove trovai che era stato sepolto il giorno prima. La sua servente, sconvolta, mi disse che entro otto giorni l’avrebbe seguito, perché aveva ormai ottant’anni e più niente da fare al mondo.

« Allora » chiesi « poco le importerà se metto mano tra le carte di don Gaudenzio? »
« Faccia, faccia » mi rispose « legga, scartabelli, porti via, se crede. Tanto ieri sono venuti due monsignori da Milano, che hanno perquisito la casa da cima a fondo e hanno caricato di carte e di volumi il baule di una macchina. Dovevano tornare oggi a prendere altra roba, ma saranno qui domani. »
Aprii l’armadio, e salito su una seggiola, tolsi dall’ultimo scaffale la seconda cartella, dove don Gaudenzio mi aveva detto di avere dei documenti importanti, tali, aveva sussurrato, da far correre il Vaticano, come forse era corso, ma invano, perché la cartella era al suo posto e sembrava intatta. Seduto sul seggiolone, sciolsi i lacci che la chiudevano e cominciai a sfogliare un pacco di almeno tre o quattrocento carte ingiallite.
Il tavolo di don Gaudenzio era ancora odoroso del tabacco da naso che il prete spargeva dappertutto ne! fiutare, e spesso con l’aiuto di un tagliacarte versava nei buchi dei tarli, non per far morire gli insetti a lui tanto simili nell’escavazione delle cose antiche, ma per gioco o per ozio, nelle lunghe giornate e nelle notti di veglia davanti ai libri e ai documenti dai quali cavava quello che ormai, preoccupati di ben altro, sacerdoti, bibliotecari o conservatori di archivi, non cavano più.

La prima carta che mi cadde sotto gli occhi era un estratto, di mano del prete, degli Exempla Inscriptionum Latinorum in usum praecipue Accademicum, raccolti da Gustav Wilmanns e stampati a Berlino nel 1873. Seguiva un volumetto di Innocenzo Reyna apparso a Novara nel 1823 e intitolato Memorie sopra il S. Monte e il Colosso di San Carlo sopra Arona. Venivano poi tre attestazioni notarili datate del 1696 e rogate da un notaio Mangone di Arona. Un intero fascicolo raccoglieva copie di atti notarili datati dai primi decenni del Seicento e appunti vari, sempre di mano del vecchio don Gaudenzio. Almeno cento fogli, scritti in calligrafia minutissima, riguardavano la vita e le opere di San Carlo Borromeo, mentre altri cinquanta parlavano del cardinale Federico Borromeo, figlio del conte Giulio Cesare, cugino di San Carlo e cardinale arcivescovo di Milano fino alla morte, che seguì come tutti sanno, nel 1631.

Incominciavo a capire che don Gaudenzio Maffei, intorno al 1930 aveva intrapreso una raccolta di notizie e di prove, anche remotissime, atte a dimostrare quel che vi era di prodigioso, e secondo lui di miracoloso e preordinato da Dio, in un certo evento maturato lentamente nei secoli e giunto a conclusione proprio nei luoghi dove aveva esercitato per tanti anni il suo ministero.
Man mano che andavo leggendo, capivo le coperte allusioni del ricercatore e mi rendevo conto dei suoi scrupoli, davanti a certi ritrovamenti che avrebbero potuto condurre intelletti men chiari del suo, o meno illuminati da Dio, a vedere nei fatti da lui indagati niente altro che un seguito di casi e di accidenti o addirittura l’opera del diavolo in persona. Leggevo forse da quattro o cinque ore, prendendo qualche nota di tempo in tempo, quando mi accor-si che veniva notte. Misi in tasca i foglietti con le annotazioni e me ne andai, proponendomi di tornare presto a completar la lettura delle carte e magari a trascriverle tutte pazientemente, perché non andasse perduta una sensazionale scoperta, tale da illuminare di nuova luce la figura di un gran santo delle nostre parti.

Due giorni dopo mi rimisi in viaggio per Orta e tornai a bussare alla porta di don Gaudenzio, ma appena la servente si affacciò, aprì la porta per dirmi: « Doveva portarla via quella cartella. Ieri sono tornati i due monsignori, l’hanno aperta e dopo aver letto qualche foglio l’hanno avvolta in una coperta, come un gatto rabbioso, poi l’hanno legata con un grosso spago e cacciata, insieme ad altri fascicoli che hanno raccattato un po’ dappertutto, nel baule della loro macchina. » Discesi in riva al lago e andai a sedermi sotto le piante, davanti all’isola di San Giulio che una nebbia leggera aveva allontanato dalla riva e faceva tremolare nell’aria, come un miraggio. Anche la terribile cartella si allontanava come un miraggio nella mia mente, e perdevano consistenza perfino la figura di don Gaudenzio, il suo studio, l’armadio, le carte an-tiche, e soprattutto gli scritti dove era raccontata la storia più incredibile che avessi mai udita. Una storia, che sulla scorta di pochi appunti, di qualche esatto riferimento e delle ricerche che per mio conto ho condotto, mi proverò a ricostruire, ma alla quale non riuscirò ad ottenere credibilità, a meno che i detentori dei documenti di don Gaudenzio, comprendendo il mio onesto e pio intento, non si decidano, col permesso dei superiori, a renderla di pubblica ragione. (…)”

Piero Chiara da Sotto la sua mano

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