“Magie, racconti e sapori sulle vie del legno della Valle Strona”

Magie, racconti e sapori sulle vie del legno della Valle Strona

Strona. Strona, Strona chi era costui?  E’  uno  strano  fiume che scende lungo la valle cui dà il nome, dalle  spalle  del Monte Rosa, punta dritto su Omegna e il Lago d’Orta poi, a poche centinaia di metri dal lago, cambia improvvisamente idea, ne raccoglie un rivoletto: la Nigoglia, piega a nord-est, prosegue per 5-6 km, attraversa Gravellona e va a incontrare il Toce, per andarsene con lui placidamente al  Verbano.

La “Nigoglia” esce dal Lago d’Orta, ed è  l’unico  fra  gli  emissari dei laghi prealpini di un certo rilievo a defluire verso nord, in direzione delle alte montagne. “La Nigoeuja la va in  su; e la legg la fèm nù?!”, ossia “la Nigoglia scorre in su e la legge la facciamo noi!”: con questo spavaldo motto, divenuto vera e propria insegna del Comune, gli abitanti di Omegna denotano orgogliosamente l’originalità di  questo  corso d’acqua.

Strona, deriva da “stream”, voce celtica che significa strepito, rumore provocato dal fragore del torrente che scende tra le rocce, dai 2421 metri della cima Capezzone, e attraversa una valle abitata già trentamila anni fa da ominidi che occupavano le grotte carsiche di Sambughetto. Una valle pregna di cultura  e di tradizioni da scoprire lungo un percorso di una quindicina di chilometri di strada realizzata  in  tempi  relativamente recenti, se si considera che la prima  carrozza  raggiunse  Forno nel 1915, togliendo la valle dal  suo  secolare  isolamento, Una strada che si snoda fra piccole, piccolissime località note o meno  note,  ma  tutte  assolutamente interessanti   in   ogni   loro   aspetto.   Valstrona   composto da diversi abitati:  Strona i cui  abitanti sono detti gatt (gatti);  Luzzogno dei cagn (cani);Fornero; Inguggio dei luv   (lupi); Piana di Fornero dei ièsu (asini); Sambughetto dei travuciung (da travuc, calze di lana); e poi Forno; Piana   di  Forno  e  Campello  Monti,    più altre località minori di Mondé, Rosarolo, Otra e Preia.

Campello Monti

Nei pressi di Sambughetto si trova la Grotta delle Streghe,  la  più lunga  dell’intera  provincia Verbano, Cusio Ossola; ricca di citazioni letterarie. Si narra che le streghe birichine, chiamate “faj”, tendessero un filo fino al  campanile del paese sul quale ballavano danze macabre con corvi, civette e gufi.

Questa grotta, preziosa meta degli speleologi e fonte ispiratrice di variopinte leggende per la popolazione locale, si sviluppa per 730 m. di lunghezza e con un dislivello di 44 m., si articola in  pozzi e corridoi, e offre spettacolari stalagmiti di sabbia, alcune concrezioni calcaree e un piccolo ruscello ipogeo. Scavata nel marmo bianco presente in abbondanza nella zona dove “si cava il pane dai sassida quei sassi che venivano scavati   dai fianchi delle montagne nell’estate, quando le  condizioni  atmosferiche lo permettevano,  e venivano portati a vale su enormi slittoni fatti scivolare sui pendii morbidi di neve. La cava, ubicata nella media  Valle Strona  nei pressi dell’abitato di Sambughetto: ha fornito il marmo di valle Strona: roccia metamorfica di colore grigio, grana grossolana priva di scistosità: lo stesso del Marmo di   Candoglia.

L’impiego di questo marmo si sviluppò nel XX secolo soprattutto per lastre di rivestimento  delle  facciate;  l’esempio principale sono i rivestimenti esterni del  palazzo di Giustizia di Milano (1932-40) dell’architetto Marcello Piacentini. La statua della Giustizia, nel cortile del Palazzo, scolpita da Attilio Selva in porfido  rosso, ha il volto e le braccia in marmo di  Vallestrona. Sarebbe interessante rendere questi marmi protagonisti di un discesa fluviale che facesse seguito alle precedenti regate dedicate al marmo di Candoglia destinato al Duomo di Milano e di Crevola per l’erezione dell’Arco della  Pace.

 Piero Chiovenda definisce la Valle Strona “una valle di mistero” e così la descrive· “Una valle, quella dello Strona, caratterizzata da forti  contrasti, come i colori  dei suoi paesaggi, dal nero cupo dei valloni al rosso infuocato dell’autunno, dal grigio dei tetti in beola che trasudano miseria antica alla vivacità dei costumi femminili, straordinariamente civettuoli, come  se  la  vita di quei luoghi non fosse una dura lotta, ma festa, danza, fiaba.
Una valle di mistero, con il suo fascino intatto, in  questa epoca disincantata dal  razionalismo  tecnologico. Qui sopravvivono  l’arcano  delle  streghe, le leggende, le superstizioni, le credenze tenaci,  non solo evocate intorno ai  camini  della  nostra  infanzia, ma di cui si imbeve tutta una cultura costruita sul linguaggio del buio, sulle erbe che guariscono, sulla simbologia della natura. Bizzarra anche orograficamente, come se un tallone demoniaco abbia impresso il suo sigillo della  inabitabilità,  eppure  abitata da sempre,  da  un  popolo che  non  poté essere altrettanto bizzarro, per cimentarsi in una scommessa persa in partenza con un ambiente dove si cava il pane dai sassi. Già al tempo degli Sforza, questi luoghi sono descritti come ‘i più sterili e selvaggi che si trovino essere abitati in tutto il Ducato’”.

Il confine del Ducato era segnato dal torrente Capone, affluente di sinistra dello Strona, che separava Forno sforzesco da Campello Monti savoiardo che costituì a lungo un’enclave valsesiana dipendente da Rimella, dove resiste ancora una comunità walser con il suo linguaggio e le sue tradizioni, prima fra tutte la lavorazione di nichel e d’oro estratti dalle vicine miniere. Forno prende il nome dai forni   per la lavorazione dei metalli ed è l’ultimo paese della valle abitato tutto l’anno con le frazioni di Rosarolo, Otra, Preia e Cerani.

 

L’arte di lavorare i metalli era stata rivelata ai valligiani dai twergi, piccole creature vestite di foglie, furbe  ma  non  cattive che avevano un rapporto di dispetti e di favori che esprimevano anche svelando i segreti della lavorazione del legno e del latte.

L’artigianato del legno in Valle Strona trova le sue origini in un’epoca passata quando nell’intera  valle  nacquero  numerosi laboratori, spesso situati vicino ai torrenti per sfruttare la forza dell’acqua, che producevano oggettistica in legno di vario tipo. Da questa particolare attività di paziente e artistica erosione del legno deriva lo scherzoso nome attribuito ai tornitori: gratagamul, ovvero coloro che… fanno solletico ai tarli!  Caratteristica pressoché unica degli   abitanti di questa Valle è stata la capacità di adeguare la propria tradizione artigianale al mondo odierno, migliorando l’aspetto artistico e producendo oggetti davvero  particolari  come pettini, flauti, piccoli strumenti musicali,  giocattoli.

Ai primi tepori primaverili le mucche e le capre salgono all’alpeggio e iniziano a sfiorire, nel senso di brucare dolcemente i fiori che conferiscono al latte un profumo indimenticabile, diverso dall’erbaceo degli steli delle erbe estive e dal piatto sapore dato dal fieno  disponibile  nelle  stalle dove hanno svernato. Sapori e profumi diversi e piacevoli da cogliere gustando i diversi tipi di formaggi delle diverse località della valle (…)

testo di Giovanni Staccotti
immagini tratte dal web

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