L’Isola di San Giulio, tra draghi ed esorcismi (breve estratto da convegno)

(…) E ancora, se vogliamo fare un ulteriore passo di collegamento, accanto ai santi sauroctoni ci sono le sante sauroctone, la più famosa è naturalmente santa Marta con la sua Tarasca. Il culto provenzale di Marta, collocato nella città di Tarascona, che appunto ricorda nel nome il mostro domato da questa santa, personaggio evangelico, sorella del resuscitato Lazzaro, e che la tradizione vuole approdata dopo un avventuroso viaggio assieme alle altre Marie, nella Camargue, ha grande diffusione nel Novarese, e la sua rappresentazione iconica è sempre unita alla raffigurazione di questo rettile, che potrebbe essere stato, secondo alcune interpretazioni, un coccodrillo sfuggito dai circhi romani della tarda romanità, quando vi era l’uso di animali mostruosi nei circhi. Anche Marta doma la sua Tarasca buttandole addosso dell’acqua santa e poi prendendosela al guinzaglio.


Nel Cusio, fra l’altro, abbiamo una vasta rappresentazione iconica di Marta con le più diverse, e improbabili, Tarasche nate sia dai modelli che circolavano, sia dall’agile fantasia del pittore: in Valle Strona una Tarasca al guinzaglio di Marta non ha le caratteristiche di un sauro, ma di un cane arrabbiato. Si vede che per quel pittore un drago poteva essere anche un cane arrabbiato, terribilmente arrabbiato…

Drago collocato nella sacrestia della Basilica di San Giulio

Drago collocato nella sacrestia della Basilica di San Giulio

Ricordo che nel culto di Giulio rimane il suo legame con i draghi, anche in una delle sue caratteristiche taumaturgiche, cioè quella di scacciare i demoni. Sappiamo che Giulio è un grande scacciatore di demoni e tutto il Medioevo è pervaso da questi viaggi all’Isola di San Giulio per condurvi gli indemoniati, di cui si hanno memorie ad esempio nei graffiti: uno di essi annota che nel 1523, per intercessione di Giulio fu liberata una donna ossessa di Borgomanero.

Graffiti nella Basilica di San Giulio

Graffiti nella Basilica di San Giulio

Per di più negli atti di visita della fine del Cinquecento noi troviamo descrizione di una gabbia per gli indemoniati. Colui che arrivava all’isola in preda alla possessione – forse era solo un malato di nervi, un isterico – veniva messo in questa gabbia di legno, perché non nocesse, collocato presso il cenotafio di Giulio attendeva che il preposito, cioè il capo del Capitolo isolano andasse a benedirlo ed esorcizzarlo: per questo suo servizio il religioso non poteva accettare alcun denaro.
Nella liturgia il drago divenne anche un attrezzo liturgico. Nella vita di San Marcello sono descritte le spire del drago e quando viene ammansito egli “fa le feste” al santo, scodinzolando, perché la coda è il luogo dove è insita la forza del drago. Diventa molto mellifluo nei confronti del santo, fa quasi “le fusa”.
Ecco quindi che il ricordo di questo Satana che poi alla fine la Chiesa deve ridurre all’impotenza
– perché l’Apocalisse stessa ci dice che alla fine dei tempi la donna vestita di sole lo schiaccerà definitivamente (ecco tra l’altro il ruolo della Madonna come grande sauroctona, insieme alle sante Marta, Cristina di Bolsena, Margherita d’Antiochia, ma quante altre donne scacciatrici di draghi!) – prende forma in un attrezzo liturgico usato durante le rogazioni, cioè l’antichissimo rito, che vede le sue origini nel V secolo nella diocesi di Vienne in Francia, atto a invocare Dio, la Vergine e i Santi con formule propiziatorie e richieste di liberazione da ogni tipo di male, affinché proteggano il territorio e le campagne e qui con scopi soprattutto propiziatori per la fertilità, ma anche di liberazione.
Chiamato anche “uccellaccio”, il drago delle rogazioni, che si può trovare anche all’isola di San Giulio, aveva una specifica funzione all’interno dell’apparato liturgico, che comunque sempre è un grande apparato scenico (…)

Basilica di San Giulio

Fiorella Mattioli Carcano
tratto dal convegno:
“Da San Giulio a San Giorgio Draghi e Basilischi dalle Alpi alla Cina”

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