L’avvocato Isidoro Bedoni: tipica e bizzarra figura della Riviera di San Giulio (1948)

Lo si sentiva lontano un miglio.
Sui treni, sulle corriere, sui tram, sui battelli: la sua voce alta e stridula, in battute di critica audace, correva di scompartimento in scompartimento e un senso di compiaciuta distensione si apriva sul volto di tutti i viaggiatori.
Era indubbiamente la figura più popolare del borgomanerese, del Cusio e tra le più note negli ambienti professionali della provincia.


A ventun anni e per quattro lustri sindaco di Boleto, trasformò l’alpestre borgata in un soggiorno ideale di villeggiatura.
In cerca di opposizioni, delle quali per vero abbondava, non poteva egli concepire la vita senza lotta e infatti una continua lotta fu la sua vita tutta.
Nel Consiglio Comunale aveva all’opposizione perfino un suo fratello scultore, che lo regalò, in un mattino di dicembre, dopo una burrascosa seduta, in un equestre monumento di neve.

Ma tre furono i suoi memorandi avversari: il Califfo, il Tedesco e il professore oste e tabaccaio.

a) I tre nemici

Così li aveva definiti nella virulenta polemica protrattasi per quasi un quarantennio.

Era il Califfo il vecchio parroco del suo paese. Non c’era in lui ostilità o preconcetto religioso: tutt’altro. Ma la tutela del Santuario della Madonna del Sasso, appollaiato, miranda vedetta, sullo strapiombo delle cave di granito biancheggianti tra il verde, sulla sponda occidentale del lago, dominava ogni suo pensiero e qualsiasi ostacolo o tiepida difesa contro il pericolo dell’abbattimento per una più profonda estrazione della pietra, lo inviperiva.
Bisogna superare quel prete, troppo, a parer suo, mansueto, e avere nelle mani l’amministrazione del Santuario.

L’avv. Bedoni scende a Novara, va in Curia e dall’allora Vicario Mons. Cocchinetti apprende che la nomina del fabbriciere deve avvenire per voto dei capifamiglia della parrocchia.
Risale a Boleto, convoca i capifamiglia e indice le elezioni: vittoria. Solo sette voti contrari.
Partecipa la notizia alla Curia, che, tuttavia, contesta la ritualità, poiché a norma di un canone, richiamato dal parroco, le elezioni avrebbero dovuto avvenire previo il canto del Veni Creator. La risposta è accolta quasi con sfida: convoca egli allora gli elettori nella chiesa, chiama un notaio a verbalizzare la cerimonia e fatti accendere sei ceri intona egli stesso l’invocazione. Rifatte le elezioni i voti a lui contrari si riducono a quattro.
Ripartecipa l’esito alla Curia dimenticando però che il beneplacito spetta pur sempre e solo all’Ordinario. Il placet non viene concesso.
L’avv. Bedoni telegrafa allora al Vescovo «non placet tibi sed mihi et sufficit», non piace a te, ma a me, e basta! E senz’altro cita in giudizio il Califfo per la consegna dell’amministrazione e delle chiavi.
Quella causa dell’anteguerra 1914-18 si trascinerà di Pretura in Tribunale, ad Orta, ad Omegna, a Pallanza, fino a morirne di esaurimento.

Sua arma preferita era il giudizio: non già che disdegnasse la colonna del giornale o il fioretto (si ricorda anzi un eroicomico duello con un collega emerito del foro di Novara), ma la carta bollata era il terreno più adatto e le aule della giustizia la tribuna migliore per un avvocato di quella stoffa.
Pochi come lui si valsero anche del giudizio popolare contro gli atti amministrativi.
Gli serviva da attore in causa, per fiduciaria mansione, un certo Zanini, detto il Cépita, bevitore di gran classe, notissimo allora alla Giunta Provinciale e al Consiglio di Stato. Era capitato in Boleto, proveniente da Varallo, dove aveva tenuto cattedra di lettere, un certo prof. Fornara, che si era acconciato ad aprirvi un’osteria con rivendita di sale e tabacchi.
Fu l’antagonista, dopo un periodo di amicizia iniziale, e fu il competitore ed il successore allo scranno sindacale. Soffiatagli la carica, a celebrare la faticosa vittoria, veniva fatto girare per il paese un asino che gli accompagnatori coprivano di legnate al grido «va avanti sindic vecc! ». Non solo, ma piacendo lo scherzo veniva preso un cane, pagliaio di cattivo incrocio, e con due pedate battezzato «ballarin».

Così alla  veniva inscritta una nuova causa non più contro il prete della Chiesa di San Giacomo Maggiore, ma contro il Fornara a cagione di quell’asino e di quel cane di… professore (sic!).
Valgono gli episodi a pennellare uomini e ambienti di quel piccolo mondo borghese del principio del secolo.


b) Repubblica e confino

Repubblicano convinto, da tutti conosciuto come il presidente della repubblica di Boleto, aveva respinto la croce di cavaliere offertagli da un prefetto che tentava di ingraziarselo, con l’asserzione che egli non accettava né collari, né guinzagli, e in occasione delle grandi manovre del 1907 tenute a ridosso dei nostri monti, lo stesso re, venuto a giorno dell’uomo e dell’ambiente, trovandosi in luogo, chiamava il signor sindaco e si faceva da lui accompagnare nella visita della sua repubblica.
In quello scorcio di tempo si portò anche come candidato alla deputazione provinciale e dopo una prima soccombenza riuscì eletto e spiegò in quel consesso un’opera assai utile per la riviera d’ Orta.

Quando poi venne il fascismo l’avv. Bedoni non poteva che essere all’opposizione e lo fu decisamente e ininterrottamente, subendo anche condanne e confino.
Non inscritto in alcun partito politico per temperamento irriducibilmente individualista, pure aveva affrontato quel clima con ardire e baldanza, avendo allora quale antagonista il gerarca della zona, un commerciante in dolciumi piovuto qui dal Valdese, che a cagione del nome il Bedoni aveva definito il «tedesco».
Avvenne così che sotto un cumulo di accuse, tra le quali non ultima la campagna condotta contro l’inquinamento delle acque del lago, sebbene prima e apparente fosse un pronunciamento che si volle da lui diretto contro la fusione dei comuni di Boleto ed Artò, fu arrestato e inviato al confino.

Non era la prima volta che conosceva il carcere. In quello mandamentale di Orta era stato rinchiuso giovanissimo per un vero o preteso oltraggio alle autorità comunali. Quivi signore e signorine del borgo gli fecero pervenire in cella grandi mazzi di fiori e quivi ancora nei tre o quattro giorni di detenzione aveva visto ai suoi ordini il custode, che, avendo un cliente di tanto riguardo, con non comune soddisfazione si era visto invitato alla consumazione dei pasti che abbondanti e prelibati venivano serviti alla cucina dell’Antica Osteria dell’Agnello, già allora rinomata tra i buongustai. E tale era la riguardosa sommissione del carceriere che questi, volendo uscire in paese per sue incombenze, chiedeva il permesso al vigilato, ottenendolo mediante previa consegna delle chiavi.

Dicevamo dunque che fu condannato al confino ed assegnato alla Sardegna con domicilio coatto a Nuoro.
Durante la traduzione ottenne dai carabinieri che lo accompagnavano di poter entrare in una sala da toeletta per sbarbarsi. Erano essi in borghese e l’avvocato si era fatto promettere da quello che lo seguì di non manifestare l’essere suo onde evitare disdicevole curiosità.
All’aiutante parrucchiere che, ignaro dell’accompagnamento, si era rivolto all’accompagnatore, ritenuto cliente in attesa, con un cortese «signore, s’accomodi», il Bedoni ingiungeva «barba e capelli» e vane riuscirono le proteste del milite che finiva per rassegnarsi alla depilazione, a rimarcare la quale interveniva un ordine perentorio di rasatura completa; fu così giocoforza dell’imperio dell’uno e della timidezza dell’altro che la rasatura avvenisse.

A Nuoro trovò accoglienza cordiale tra alcuni colleghi e amichevole frequente ospitalità presso il Vescovo di quel capoluogo, ora Cardinale a Torino.
Sebbene lontano, e per quali misure, non dimenticava la sua Madonna del Sasso; notiziato della ripresa dí una campagna per l’abbattimento di quella chiesa, insorgeva e non avendo altri ai quali liberamente ricorrere, dirigeva le sue memorie, traboccanti di amore per la sua terra, al Vescovo di Novara.
Aveva, in un lontano passato, ottenuto un decreto che riconosceva il piazzale antistante íl santuario monumento di bellezza panoramica, ma sapeva che mancando una vigilanza continua tutto avrebbe potuto crollare.

Rientrato dalla Sardegna, i suoi amici avevano la gradita sorpresa, alcuni mesi più tardi, di vederlo effigiato in costume del luogo e in groppa ad un cavallo sul frontespizio della rivista «le cento città d’Italia» edita dal T.C.I. per la città di Nuoro.
Né si seppe se pensare ad un tiro del confinato o ad una beffa della sorte.
I colleghi festeggiavano il ritorno e da allora un senso di bonaccia parve ritornare sulle acque già burrascose che dividevano un ben noto studio di Omegna da quello boletano.
Tuttavia per non essere da meno del collega avv. Nobili chiamato il cigno del lago, il Bedoni si autoproclamava l’arcigno, e, mentre il primo si vedeva onorato dal commedatizio «comm.» che ne precedeva il nome, il secondo usò persino di un verbale di causa, e in sua contrapposizione la scritta «avv. Bedoni, neanche cavaliere».

E superfluo dire lo spasso nelle aule di Temi. Non domo continuò nella sua opposizione al regime, sì da incappare in altra procedura poliziesca, che avrebbe dovuto riaprigli una seconda volta la via al confino, se a giudizio il prefetto Letta, per intervento di numerosi amici, non ne avesse prese strenuamente le difese.
c) Gli ultimi pesci

Di salute già ferrea, parve declinare dopo una colazione a base di pesci consumata ad Omegna. E se ne rammaricava poiché i pesci almeno avrebbero dovuto essergli grati; del resto molti anni prima l’avevano salvato.
Fu in occasione di una lontana propaganda elettorale: sul piazzale di Pella un gruppo di scalmanati lo serrava contro riva gridando: buttiamolo nel lago.
Buon per lui che una voce sovrastò le altre, in tono di scongiuro: «no, ci avvelenerebbe i pesci! ».

Risanato continuò le sue peregrinazioni professionali, sempre battagliero.

Venne il 25 luglio: ne fu sorpreso, non vendicativo.
Dopo 1’8 settembre s’incupì, ma nella lotta divenne ancor più tenace: il figlio e le due figlie entrarono nel movimento partigiano.
Aveva però il presentimento di non giungere a vedere la fine, e me lo confidava un pomeriggio, accompagnandolo io per suo desiderio sulla strada di Alzo.

Il lago da Boleto

Un mese dopo lo visitavo a Borgomanero: ansimante, sorretto da tre guanciali, mi stese la mano e mi sussurrò «sai non riesco più a parlare: pensa, senza voce! ».
E concepire l’avv. Bedoni senza voce era davvero una cosa impossibile.
Si fece trasportare nella sua Boleto e chiuse la sua esistenza con una raccomandazione: «ricordatevi, la Madonna del Sasso».
S’addormentò così nell’ultima difesa che fu una invocazione.
A chi guarda ora di sera il Santuario alto sul dirupo una luce rompe le tenebre; quella lampada l’aveva fatta mettere a sue spese l’avv. Isidoro Bedoni.

Rimane intesa come un ricordo; non il solo. Vivida come una voce che più non avendo tono non parla: illumina.

(Agosto 1948)

Gabriele Galli
da “Il piccolo mondo del lago d’Orta“, Alberti Libraio, 1987

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