Il “torrone” di Ragazzoni e altre ville sul lago d’Orta

“La stravagante originalità architettonica di Villa Crespi, che per un certo periodo si chiamò anche Villa Pia, ha stimolato la fantasia del più autentico cantore della scapigliatura padana, Ernesto Ragazzoni (1870 – 1920), giornalista e poeta, che arrivando da Roma al paese natio nel 1919 per esercitare il diritto-dovere di elettore, scrive su “Il Tempo” alcuni appunti di viaggio, un brano forse presago della fine ormai imminente, un omaggio all’amata Orta senza rinunciare agli sprazzi di ironia, tipicamente ragazzoniani: «Fra le ville (di Orta ) c’è quella dell’ex ministro dei consumi, on. Crespi: è una massiccia costruzione moresca, un vasto blocco quadrato di torrone lavorato al traforo, con piantato nel mezzo, ritto, ad uso minareto, un serviziale però — conclude il cronista — elegantemente damascato».

Villa Crespi a Orta San Giulio

Anche Carlo Emilio Gadda (1893-1973) nell’Adalgisa ricorda il modello fisico di questo Kremlino-Alhambra-filanda-pagoda, miscellanea di allegorie, di reminiscenze storiche e interessi del costruttore.

Più romantico è sicuramente Renato Verdina (1909-1977), che definì il minareto della villa «una lancia affilata che penetra l’etere azzurrino».

La tradizione della villeggiatura sulla riviera d’Orta e sulle colline che degradano dal Mottarone verso il lago risale alla metà del ‘600 quando, ai tempi della peste ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi, alcune facoltose famiglie milanesi si fecero costruire ville e palazzotti in zone discrete, panoramiche, non molto distanti dai centri abitati dove era facile trovare al prezzo di pura sussistenza, il personale domestico ingaggiando le fanciulle del luogo, docili, rispettose e gran lavoratrici.

Fanno così la loro apparizione sulle rive cusiane i rampolli della nobiltà lombarda, alti prelati, artisti e signorotti di nuova e dubbia agiatezza.
Infatti il flagello della peste si tradusse, per taluni, in un affare imprevedibilmente vantaggioso garantendo ai più disinvolti e intraprendenti faccendieri, la possibilità di impadronirsi di fortune, immobili e preziosi con rischi pressoché insignificanti.

Villa Nigra a Miasino

La signorilità di alcune dimore patrizie è tuttora di riscontrabile in importanti palazzi quali Villa Nigra a Miasino, Villa Tarsis a Nonio, la Villa di Monte Oro ad Ameno, palazzo Ferrari-Ardicini, sede attuale del Comune di Gozzano e nei conventi fra cui quello che appartenne al monastero delle suore benedettine in Orta, ristrutturato negli anni ’60 e trasformato, oggi, nell’Hotel San Rocco.

Villa Monte Oro ad Ameno

Austere dimore protette da un severo codice familiare con precise gerarchie mai infrante: nel parco c’era il tavolo in granito per stendervi la tovaglia per la merenda en plein air e, poco discosti, i luoghi delegati alla lettura, alla meditazione, alla conversazione facilmente individuabili, ancora oggi, nelle ville ortesi delle nobili famiglie dei Motta, Perrone di S. Martino, Giovanetti.
All’interno delle ville, nella penombra appena rischiarata dai lumi a gas, c’era posto per il grande camino e per il salone dove si faceva musica al pianoforte.
Alcune, le più grandi, disponevano anche del teatrino delle marionette, delizia dei piccoli ospiti, e non mancavano i saltimbanchi di passaggio che, in cambio di ospitalità, cibo e stallaggio, improvvisavano la messa in scena di uno spettacolo in dramma mai visto prima.


I signori delle ville potevano concedersi anche il piacere della battuta di caccia alla quaglia: meta prediletta, il grande roccolo sul colle di S. Carlo a Miasino. (…)”

Romolo Barisonzo
da Il lago d’Orta, De Agostini, 1996

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