“Il giardino celeste” e il Sacro Monte di Orta

Ogni luogo ha un’essenza percepibile e avvertibile concretamente che lo rende particolare. Quella dell’area lacustre cusiana si manifesta con un insieme di fenomeni tangibili e astratti, entrambi accentuati.
Dalla relazione fra il cielo e la terra spicca la verticalità dei rilievi in progressiva ascesa verso tramontana. Le cime si stagliano contro un cielo coprente, ma non predominante. verso il quale tendono gli alberi, che ammantano parte della superficie e le strutture verticali realizzate dall’uomo: i campanili,  le torri, le guglie, i pinnacoli e i tetti a falda degli edifici: così la forma ascensionale tipica di certi insediamenti lacustri di cui è emblematica l’isola di San Giulio con il suo profilo triangolare il cui vertice è costituito oggi dal monastero benedettino Mater Ecclesiae.

Lo spazio celeste trova nella superficie lacustre il suo significativo elemento speculare.
L’acqua del lago accentua la luce che rende i colori saturi e brillanti, i contrasti chiaroscurali evidenti e la plasticità del paesaggio marcata e valorizzata. L’acqua, infine, in particolari situazioni climatiche, fattasi minuscole gocce concentrate genera una foschia e, talvolta una nebbia che ovatta suoni e rumori, vela le forme e conferisce al paesaggio un aspetto irreale, onirico, mettendo in risalto la sua caratteristica di “piccola patria”, racchiusa fra l’orizzontalità della superficie lacuale e la verticalità dei rilievi.
Due, allora, sono gli aspetti più significativi del luogo: il senso di finitezza, di tutt’uno, di mondo a se stante che coinvolge emotivamente chi si trova nei suoi confini, fa presa sul sentimento e crea uno stato d’animo che induce alla riflessione, allo scrutare entro se stessi, a porsi domande, a cercare risposte e riferimenti.
Il secondo aspetto è l’ascensionalità del suo paesaggio che instaura un rapporto fattivo col cielo e la luce, elementi che ogni tradizione religiosa circonda di valenze soprannaturali.
Dal lago emerge un luogo particolare, punto di sintesi fra il bisogno umano di riferimenti, l’ascensionalità verticalizzante delle altezze.
Nel lago, infatti, si protende un monte che forma una penisola, una quasi isola, con un significato sacrale concentrato, poiché all’apice si trova uno spazio sacro.
L’essere spazio sacro, e quindi centro del mondo, lo pone all’attenzione come punto attraversato dall’Axis Mundi e anche come “focolaio da cui partono i movimenti dell’uno verso il molteplice, dell’interiore verso l’esteriore, dal non manifesto verso il manifesto”, quindi luogo da cui divergono, ma anche convergono le forze e i processi.
D’altra parte è al centro di tutto, della realtà, dell’esistenza e della sacralità del conosciuto e dello sconosciuto, che l’uomo ha sempre aspirato a porsi, perché egli ambisce a trascendere le proprie limitate possibilità umane e a ritornare in possesso di quello stato di grazia precedente al peccato originale, quando viveva nel giardino dell’Eden.


L’uomo in ogni giardino ha visto e tentato di ricreare il Paradiso Terrestre, dove si realizzava l’equilibrio perfetto.
Il Sacro Monte di Orta è un giardino, dove la natura antropizzata non crea tensioni, ma cresce e si rigenera col trascorrere delle stagioni, mutando aspetto e cromatismo. La vegetazione è costituita da un verdeggiante manto erboso, siepi di lauro ceraso, mirto, alberi di faggio, di quercia, di carpini e di pini.
La natura e l’uomo hanno creato al Sacro Monte due ambiti ben distinti, che equivalgono a due diversi tipi di rapporti con l’ambiente.
Uno è chiuso, volto su se stesso, con alberi e siepi raccolti, che stabilisce un sito adatto alla sosta al riposo e al ristoro e nello stesso tempo favorisce la concentrazione, incita alla meditazione e alla devozione. L’altro è aperto sulla spettacolarità del paesaggio e della natura, con visioni che appagano la vista e lo spirito.
In questi ambiti spicca l’unità verticale degli alberi, che evidenzia più degli altri elementi vegetali il passare delle stagioni e del tempo; con la nascita, la crescita e la caduta delle foglie perennemente suscita l’idea dell’evoluzione e della rigenerazione.


Gli alberi al Sacro Monte sono ben curati e ordinati, formano un luogo facilmente percepibile, esorcizzando le paure del bosco, presenti quasi a livello genetico in ognuno di noi, retaggio di timori antichi mai sopiti verso qualcosa di ignoto, avvertito soprattutto all’imbrunire, come luogo abitato da presenze e forze sconosciute.
Gli alberi possono, infatti, ricordare un bosco sacro forse ivi presente prima della cristianizzazione della zona, e in un continuum del sacro viene suffragata la continuità e la persistenza di devozioni e convinzioni esistite da tempi remoti e mai andate perse.
Gli alberi del Sacro Monte, fra cui alcuni disposti a filare prima dell’arco d’ingresso, si prestano a proposito a simboleggiare dei guardiani che accolgono i visitatori e indicano con viali il percorso devozionale e le aree di sosta.
Il percorso devozionale si sviluppa in ascensione e contribuisce ad emblematizzare il passaggio da una condizione terrena umana ad un’altra superiore di grazia celeste, da acquisirsi con fatica e perseveranza (…)

Valerio Cirio da
Per li pellegrini et persone divote, 1997

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