Dalle “Fantasie cusiane”: Funerale sul lago di G. Solaro

Essi [gli abitanti della Riviera] vengono ai funerali in abito di scorruccio, ed era ben grave per l’addietro il loro dolore, e profuso il pianto, dacché lo statuto della Riviera con pene pecuniarie ne proibiva il pianto” (Statuto n. 91: Item quod nulla persona sequens funus ad ecclesiam, sub poena solidorum viginti imper, pro quolibet et qualibet vice, clamorosa ploret: et idem in septimís, trigesimis et anniversariis).
“La Riviera di S. Giulio, Orta e Gozzano” A. Fara – Novara, 1861

Salita a San Quirico

Quali le ragioni di un editto all’apparenza così bizzarro, così inspiegabile?

Ogni legge umana ha il suo motivo e questa non fa eccezione. Ci fu un tempo, non sappiamo quanto remoto, in cui chi seguiva i funerali sulla riva del lago poteva piangere liberamente, disperarsi a volontà per la scomparsa dei propri cari. C’era anzi chi piangeva a pagamento. All’epoca infatti accadeva che alcune donne, per lo più anziane, vegliassero i defunti e li accompagnassero all’estremo viaggio dando prova del massimo dolore, in cambio di una piccola somma. La più nota era Agnese, una vecchia che viveva in un paesino della Riviera. Ella era dotata di un sesto senso che l’avvertiva se qualcuno, in un raggio di molte miglia, era morto o in agonia. Senza indugi si precipitava nella casa segnata dal destino, quanto più celermente le sue vecchie gambe le permettevano, in gramaglie, le occhiaie disegnate con il nerofumo, le chiome scarmigliate, e sapeva essere così convincente, mostrava di accontentarsi di così poco che i parenti del dipartendo gliene affidavano immancabilmente la veglia. Agnese, una volta insediatasi in casa, vi svolgeva le sue funzioni da consumata professionista. Appena entrata nella stanza in cui si trovava il moribondo o il defunto, erompeva in alte lamentazioni, come se le avessero strappato un dente, si scompigliava le vesti, si rotolava sul pavimento. Rialzatasi, si avvicinava al letto, si gettava ai piedi di chi vi giaceva sopra e li baciava, lo chiamava con i nomi più dolci, supplicava l’Altissimo di risparmiarlo.

Verificato, di sottecchi, l’effetto prodotto dalle sue pantomime sui presenti, si inginocchiava davanti al giaciglio e, per tutta la notte, senza sosta, intonava le giacu-latorie, le litanie dei santi. All’alba, quando, novantanove volte su cento, il corpo del giacente si era raffreddato – altrimenti era capace di non muoversi da lì per più giorni consecutivi – prendeva in pugno la situazione. Lavava il morto e lo rivestiva con i suoi panni migliori, volava dal becchino ad ordinare la cassa, dal prete a organizzare il funerale. Quando la cassa era stata introdotta nella stanza e la salma adagiata dentro di essa, componeva il defunto con le braccia incrociate sul petto, gli imbottiva le guance di ovatta, in modo che il suo volto si atteggiasse al sorriso, mentre il coperchio vi veniva inchiodato sopra.

Intanto il prete, i chierichetti, il carro funebre, trainato da cavalli, erano arrivati. Quando la salma vi veniva deposta sopra, Agnese afferrava saldamente uno dei cordoni di lutto che pendevano da esso e si metteva alla testa del corteo. Per tutto il tragitto, fino al cimitero, piangeva a dirotto, si batteva il petto, cantava a gola spiegata. Arrivati alla meta, mentre la bara veniva calata nella fossa, si strappava i capelli, invocava lo scomparso, si aggirava tra gli astanti tessendone le lodi. A funerale finito, ricompostasi, avvicinava il suo parente più stretto e costui, colpito da tanto impegno profuso, non mancava mai di allungarle discretamente, oltre al dovuto, una mancia elevata.
A lungo andare, la fama della sua abilità era divenuta universale. Finché accadde che un giorno, all’improvviso, causa un male repentino e crudele, morisse il rampollo di una delle più importanti casate della Riviera.
Quando congiunti e parenti si ritrovarono per decidere come tributargli le più solenni onoranze, qualcuno fece il nome di Agnese.
La donna fu convocata immediatamente al cospetto dei membri della famiglia. Le fu spiegata l’eccezionalità del caso. Se la sentiva di adoperarsi affinché il defunto, data l’importanza della famiglia da cui proveniva, ricevesse le esequie più imponenti mai viste sul lago? Se fosse stata all’altezza del compito, anche il suo compenso sarebbe stato adeguato.
La vecchia che, a sentire quelle proposte, non stava più nella pelle per la contentezza, giurò, rigiurò, assicurò che, se si fossero affidati a lei, tutto sarebbe andato alla perfezione.
Avuta carta bianca, messale a disposizione una somma notevole per le spese, si diede ad organizzare il tutto. Reclutò un gruppetto di donne, giovani e anziane, che rivestì del lutto più stretto e che condusse con sé al palazzotto dove viveva la famiglia del morto. Introdottele nella stanza in cui si trovava il catafalco del defunto, ve le dispose attorno e comandò loro di darsi da fare, come le aveva istruite in precedenza.
Il morto, come ella aveva predisposto, era stato rivestito di abiti sontuosi, il suo corpo circondato di fasci di fiori e candele, sicché risplendeva nella luce del giovinezza. Sotto la sua guida le donne, per una notte intera, recitarono rosari, lamentando la perdita dello scomparso, elevando cori degni di una tragedia greca.

Parrocchiale di Orta (scorcio)

All’alba il cadavere fu composto in una bara di noce, scolpita a motivi allegorici, che ella aveva fatto apprestare, e caricata su di un carro dorato, tirato da quattro purosangue neri come la notte.
Una folla imponente si era radunata attorno al palazzotto, comprendente parenti, autorità, conoscenti, gente del contado e semplici curiosi.
Agnese aveva diffuso ad arte la voce che quelle esequie sarebbero state straordinarie; che, alla loro fine, ci sarebbero state elargizioni a tutti i partecipanti, cosicché la popolazione rivierasca vi si era radunata in massa.
A un rintocco di campana il corteo si mosse, come un lungo verme salmodiante. La vecchia, come al solito, si era appostata dietro al carro. Ella dentro di sé gongolava al pensiero della somma che, a cerimonia finita, le sarebbe toccata.
Qualchecosa le si sciolse nel petto. Una commozione straordinaria la invase. Iniziò a piangere. Ma non fu uno dei suoi soliti pianti. Ella si superò. Quelle che sgorgarono dai suoi occhi furono le lacrime delle madri che hanno perso un figlio in guerra, quelle di chi ha visto la propria casa distrutta, i propri beni dispersi;  le disperate di chi sa che la propria ora è suonata senza remissione.
Anche negli altri presenti, alla vista di quelle lacrime, qualchecosa si sciolse. Come una sola persona iniziarono a piangere. Piansero i parenti del morto, gli amici, i curiosi. Piansero i quattro cavalli. Le lacrime scorrevano dai loro cigli, inarrestabili, si raccoglievano in pozze ai loro piedi, le pozze si collegavano in rigagnoli che tracimavano.
La strada che conduceva al cimitero divenne presto un unico fiume in piena, le cui acque montavano inarrestabilmente.
I componenti il corteo, cui esse erano arrivate ai piedi, alle ginocchia, al petto, furono afferrati da gorghi, vortici, mulinelli, cercarono disperatamente di mantenersi a galla, furono travolti. Il carro funebre, la cassa, furono trascinati via, galleggiando sopra le acque limacciose. Quando quella piena cessò, quando le acque si ritirarono, sul suolo si contarono centinaia di morti. Altrettanti i dispersi, tra cui la stessa Agnese.
Le autorità della Riviera, non appena giunsero a conoscenza del fatto, promulgarono l’editto per cui, in futuro, chi avesse partecipato a un funerale non avrebbe più potuto piangere.

da Fantasie Cusiane di Giovanni Solaro, EOS Ediz., 1995

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