Corconio e Giorgio Bonola, pagine di vita e di pittura

“Prima di venire qui stamattina sono salito a Corconio, come tante altre volte ho fatto.
Sono stato a Corconio a fiutare l’incanto di quel luogo, ma con un’emozione in più.
Era la prima volta che ci tornavo dopo la morte di Mario Soldati, lo scrittore, l’amico che più di ogni altro aveva contribuito ad accendere in me questo magico “mal di Corconio ”.
Soldati visse due anni a Corconio, tra il 1934 e il 1936, e proprio a Corconio scrisse il suo libro più bello, America primo amore. (…)

Raggiungendo Corconio dal bosco…

Questa mattina sono salito a Corconio per controllare alcune notizie di un piccolo quaderno, una storia manoscritta della famiglia Bonola, che è l’occasione della mia presenza oggi. Sono qui, infatti, a rappresentare una persona, ben più autorevole di me, assente fisicamente ma presente nello spirito: Beatrice Canestro Chiovenda, certo la più illustre studiosa di questo lago, per via del contributo altissimo da lei dato alla storia di quel millenario ambone della basilica di San Giulio, che del lago è sicuramente il monumento più importante.

G. Bonola: Lazzaro ed Epulone (1687) Orta, Chiesa di S. Quirico

Fu nel 1979, quando Giovanni Incisa della Rocchetta scoprì nell’archivio della romana Accademia di San Luca la domanda d’affiliazione dell’Accademia di San Luca costituita a Corconio da Rocco e Giorgio Bonola. Sollecitato dalla signora Chiovenda, Incisa della Rocchetta scrisse un articolo per “Lo Strona”; e l’allora parroco di Corconio, don Preti, fornì a Beatrice Canestro Chiovenda alcune vecchie stampe per illustrare l’articolo, un curioso Ristretta con l’elenco degli aggregati, nonché il piccolo quaderno di appunti rimasto tutti questi anni presso di me.

Qualche anno dopo quel primo incontro, intorno al 1985, Luigi Alberti — anch’egli, come sapete, solerte animatore della nostra Fondazione Monti — scoprì nell’archivio della famiglia Bonola a Corconio un prezioso fondo di documenti inediti, alcuni dei quali di straordinario interesse per la vita ela conoscenza dell’opera del pittore.
Fu allora che la Fondazione Monti —- per iniziativa della nostra presidente Beatrice Canestro Chiovenda, di Luigi Alberti e mia — affidò all’abile penna di Carlo Carena l’incarico di redigere il pregevole saggio pubblicato in Giorgio Bonola pittore (1657-1700), che è ancora oggi la sola monografia esistente sul Bonola.

Carena trasse allora non poche informazioni dalle manoscritte Memorie storiche di nostra famiglia, conservate a Corconio, tra le molte altre che impreziosiscono il suo libro; primo fra tutte l’elenco completo dell’opera pittorica del Bonola, (…)

Le Memorie storiche di nostra famiglia furono scritte nel 1786 da un discendente del pittore, Rocco Bonola, gesuita, il quale dopo alcuni anni di permanenza nella Compagnia di Gesù si ritirò a vivere in quel luogo incantevole che è Corconio.
Qui, tra gli ozi della campagna e vivi interessi culturali, raccolse le me
morie di famiglia, utilizzando alcuni vecchi manoscritti di Giorgio pittore e di suo padre Rocco e altri presenti nell’archivio di famiglia, ma attingendo anche ai ricordi e alle tradizioni familiari.

G. Bonola: S. Carlo (1690) (1693) Duomo di Milano

I Bonola sono famiglia emblematica, si potrebbe dire, della storia di questo lago.
La Riviera d’Orta, com’è noto, ha origini antichissime. Nel 962 l’imperatore Ottone cinse d’assedio l’isola e in quel frangente nacque il grande abate Guglielmo di Volpiano.

Pagato così al tramonto del primo millennio il suo tributo alla storia, la Riviera tornò da allora nel silenzio, e per otto secoli, senza altre particolari vicende degne di essere ricordate, fu il tranquillo dominio temporale dei vescovi di Novara.
Anche nel XIV secolo, quando dovette spogliarsi a beneficio dei Visconti delle sue terre (come la contea dell’Ossola), il vescovo di Novara riuscì a mantenere la piccola signoria d’Orta e dell’isola. Per via delle tante ironie di cui è costellata la storia, fu proprio lo “spogliato” vescovo di Novara (quel Pietro Filargo poi diventato papa Alessandro V, di cui nell’antisacrestia della basilica si possono ammirare lo stemma e un’epigrafe) a essere chiamato a incoronare in Sant’Ambrogio a Milano, nel 1395 , Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano.

I Visconti però non soffocarono mai questa piccola signoria indipendente, stretta tra Lombardia e Piemonte.
La Riviera visse così, grazie alle sue autonomie, una situazione privilegiata, lontana dalle temperie che agitarono i secoli; autonomie che favorirono grandemente il fiorire di una vera e propria “piccola civiltà”, che ne fece una terra felice.
Accanto alla bellezza del suo paesaggio, tutti gli autori che hanno descritto la Riviera hanno ammirato, infatti, l’operosità della sua gente, quella nobile vocazione per la mercatura e per l’arte mai disgiunte tra loro, come proprio la storia dei Bonola dimostra.

Qui, in questa terra felice, iniziò alla fine del Cinquecento la vicenda dei Bonola, un’antica famiglia radicata alle solatie pendici di Corconio, che già allora dipendeva come parrocchia dall’isola di San Giulio.

Il primo Bonola a comparire nelle Memorie è Giorgio, bisavolo del Giorgio pittore, nel 1592.
Tra i numerosi suoi figli, quello che ci interessa qui è Giovanni Battista, padre di Rocco, e nonno del nostro.
Giovanni Battista ebbe, come ripetutamente a quei tempi anche in casa Bonola, molti figli da più mogli.
I cinque figli di primo letto sono tutti per noi interessanti perché iniziarono a Milano quell’attività mercantile che la famiglia esercitò poi fino al Settecento.
L’unico di secondo letto fu invece Giorgio Bonola, che sposò Lodovica Gualina, d’antica famiglia ortese.

G. Bonola: Riposo in Egitto (1693) Basilica di S. Giulio, Isola di S. Giulio

La proprietà delle terre ereditarie, complesse divisioni di case, gli immancabili dissapori tra fratellastri, finirono per mettere gli uni contro l’altro.

Tanto che uno di loro — soprannominato Milano, per essere già attivo come mercante in quella città — durante una discussione, riportata nel nostro manoscritto, buttò giù da una rupe il povero Giorgio.
Il salto non fu mortale, se un Bussi d’Ameno poté soccorrerlo e aiutarlo a fuggire in Lombardia. Di qui Giorgio si trasferì a Pisa, dove si arricchì con la mercatura. Mentre però tornava ricco e soddisfatto alla patria, fu derubato di tutte le sue fortune, tanto che decise di non proseguire il viaggio e di tornare a Pisa. Dopo alcuni anni di sacrifici, riuscì con la mercatura a mettere insieme di nuovo un discreto patrimonio.
E questa volta tornò a Corconio, dove nel 1609 edificò, sulle fondamenta di una vecchia cappella, il primo nucleo della chiesa di Santo Stefano, d’allora in poi così cara ai Bonola.
Corconio contava allora una decina di famiglie.

Da Giorgio nacque Rocco, figura complessa che influì grandemente sulla vita e anche sull’opera di pittore del figlio Giorgio.
Rocco nacque nel 1632, in piena peste. Fu battezzato quattro mesi dopo la nascita, tanto divampava in Riviera il contagio.
A nove anni restò orfano del padre.
Giovanissimo, emigrò lungo i tradizionali itinerari familiari, quelli della mercatura; ma non più verso Pisa, dove aveva fatto due volte fortuna suo padre, bensì verso Milano.

A Milano si aggregò alle vecchie famiglie di queste pendici orientali del lago, tra Miasino e Ameno, che vi esercitavano già da molto tempo floridi commerci: i Martelli, i Bussi, i Pestalozza, i Bonola stessi.
Nel negozio dei Pestalozza, Rocco apprese le prime arti della mercatura, ma non solo. Si applicò contemporaneamente allo studio dei rudimenti del disegno, secondando quel nesso tra mercatura e arte che contraddistingue non solo la storia dei Bonola ma quella d’altre famiglie del lago d’Orta.
A scuola d’arte andò nientemeno che dal cavalier Francesco del Cairo, affinandosi perciò sotto una guida quant’altre mai esperta.
E intuì bene l’importanza di investire le sue ricchezze nel campo dell’arte, più che quello dei tessuti o del commercio del vino.

Rocco divenne mercante d’arte.
Le Memorie riportano in proposito un episodio curioso. Un giorno, quando già il figlio dipingeva e viveva a Roma, Rocco andò a trovarlo. Passando da Parma, si fermò a visitare la galleria dei quadri del duca, dove gli venne mostrata una bellissima tela del Correggio.
Rocco la osservò bene e poi esclamò: «È una copia!»
Venne subito informato il duca, che chiamò il Bonola raccontandogli come, tempo prima, fosse passato di lì un pittore francese e avesse chiesto di fare una copia del Correggio per conto del re di Francia.
Al ritorno da Roma, ripassando da Parma, Rocco fu mandato a chiamare dal duca.
Salì nella galleria, dove il duca lo attendeva per chiedergli nuovamente: «Siete sicuro che è una copia?» Bonola osservò bene il quadro e disse: «No, no, questo è Correggio!»
Allora il duca gli rivelò d’avere protestato presso il re di Francia, facendosi rimandare la presunta copia, che in realtà era l’originale.

Il talento di Rocco Bonola, come esperto d’arte, fu premiato dal duca di Parma con la concessione di alcuni privilegi, che gli consentirono di commerciare opere d’arte.
Le cronache successive descrivono, infatti, Rocco Bonola intento a vendere opere dei grandi pittori del tempo, in questa regione tra Lombardia ed Emilia.

G. Bonola: Martirio di S. Stefano (1696) Corconio, Oratorio di S. Stefano

Questa attività e il gusto spiccato di Rocco per le cose d’arte sono fondamentali nella formazione del figlio.
Giorgio Bonola nacque nel 1657, primogenito della numerosa prole di Rocco e Lucia Lorella di Vacciaghetto.
Donna tanto pia quanto esile, Lucia discendeva da una famiglia per costituzione minata, come lo sarà lo stesso Giorgio, dal mal sottile.

Giorgio si reca, giovane, a Milano, seguendo il padre, che ha moltiplicato le sue attività. Non si occupa più solo di commerci di tessuti o d’opere d’arte, ma è entrato con i suoi capitali in sei-sette gestioni di locande, osterie, commerci di vini, come la celebre Locanda dei Tre Re e altre.
Fa ormai parte di quel ceto da cui nasce, in quegli anni della dominazione spagnola, la nuova aristocrazia lombarda, cresciuta tra Seicento e Settecento, tra commercio di tessili, trasporti mercantili con il Nord delle Alpi e appalti dei dazi su vino e sale.
Solo le vicende successive hanno impedito ai Bonola di seguire le fortune d’altre famiglie di quella nascente aristocrazia, approdate in seguito al rango di nobili.

Su Milano, così importante nella formazione, anche artistica, di Giorgio, ci sarebbe da parlare a lungo.
Per chi, come me, è nato e vive a Milano, è un po’ imbarazzante parlare di questa città, perché la Milano di Giorgio Bonola non ha nulla più in comune con quella d’oggi.
Nulla, né la terra, né il cielo: quel cielo che il Manzoni — con pietosa ironia, già ai suoi tempi – diceva essere «così bello, quando è bello».
Gli stessi monumenti che sono rimasti, miracolosamente, del passato della città, sono ormai talmente privi di nessi, di contesti urbanistici, artistici e storici, che diventa difficile leggerli e interpretarli.
E come se Milano fosse continuamente spinta da una furia misteriosa a distruggere le testimonianze della propria storia.
Il biscione visconteo — lo stemma di Milano — pare proprio l’immagine di un serpente che si mangia la coda, che continuamente divora se stesso.

Ai tempi di Bonola, invece, Milano era fondamentalmente ancora la città medievale, ingenua e bucolica, cantata da Bonvesin della Riva; ancora la città fervida d’opere degli Sforza, di Leonardo; una città che aveva ancora una vocazione europea.
La stessa Milano che più tardi poté entusiasmare Foscolo o Stendhal.
Ma questa Milano, anche quella del Manzoni o del Porta, non è certo più la Milano d’oggi.
Nel 1985, quando con il professor Carena e con Luigi Alberti cercavamo di riscoprire qualche opera del Bonola, tra le tante lasciate a Milano, facemmo persino fatica a individuare le chiese stesse, la maggior parte delle quali era scomparsa, nelle quali il Bonola aveva operato, secondo la testimonianza del prezioso inventario della sua opera.
Milano ha completamente distrutto quel nocciolo di città dentro le mura spagnole, che era la Milano del Bonola.
E non esistono più, se non nelle carte degli archivi, quelle chiese seicentesche della Milano postridentina e borromaica, nella quale avevano operato i grandi pittori alla cui scuola si era formato il giovane pittore di Corconio: il Brusca e soprattutto il Perugino.

Sullo sfondo della non lunga esistenza di Giorgio si profila sempre l’ombra del padre Rocco, con il quale il figlio era anche entrato in società per venderei quadri che dipingeva.
I due poi vivevano nella stessa casa, trascorrevano insieme l’inverno a Milano e il lungo autunno a Corconio, dove attendevano l’inverno distillando la pace (e anche la noia, direbbe Chiara) del lago.

Il Cotta ha lasciato un’immagine molto vivace di questi soggiorni lacustri, che preludevano al ritorno in città, rimandato di giorno in giorno, di settimana in settimana, nell’incanto dell’autunno sul lago: «Nell’anno 1715», scrive il Cotta, «in novembre, mentre stavo nella mia patria, sotto il camino, ristorato da vino dolce e castagne, godendo della libertà campestre, ero impedito di tornare a Milano subito per le piogge e le nevi ininterrotte», e si mostrava ben contento di procrastinare quel ritorno.

Nell’esistenza di Giorgio, divisa così tra Milano e Corconio, si inserì però un passaggio che la sconvolse intimamente, ma che ha offerto a noi oggi l’inatteso dono del ritrovamento di quel documento, eccezionale nella vita di un pittore, cui ho accennato all’inizio: il repertorio completo della sua produzione artistica, con tanto di data, soggetto, committente e prezzo.

Avvenne infatti che nel 1683 la madre morì di consunzione.
Il padre, uomo pieno di vitalità, pensò di risposarsi, com’era d’altronde nel costume del tempo.
Giorgio però si oppose, per ragioni più economiche che altro, non volendo dividere un patrimonio che considerava frutto del lavoro comune con i probabili fratellastri.
Accampò ragioni che appaiono strane, come la pretesa che la matrigna avesse almeno quarant’anni.
Il maturo Rocco invece aveva messo gli occhi su una florida ragazza di ventidue anni.
Giorgio alla fine acconsentì al matrimonio, alla condizione che il padre lo indennizzasse con una donazione pecuniaria.
Una vicenda con molti risvolti, anche psicologici, dalla quale la figura di Giorgio Bonola non mi pare uscire molto bene.

G. Bonola: Transito di S. Giuseppe (1693) Vacciago, chiesa di S. Giuseppe

Giorgio, d’altra parte, è sempre più meditativo e introverso, gracile e malaticcio.
Non sprigiona certo la vitalità del Caravaggio.
Le loro biografie sembrano proprio antitetiche.
Michelangelo Merisi, con la sua vitalità sanguigna, inseguito in tutta la vita e anche nella sua straordinaria opera pittorica da una sorta di demone, sembra l’opposto del nostro.
Giorgio non vuole nemmeno sposarsi, nonostante le sagge insistenze del padre. Salvo che il ricco genitore — circostanza davvero sconcertante — non gli accordi una donazione straordinaria di 10 000 lire.
Iniziano così trattative legali tra padre e figlio; e lunghe liti che, tra l’altro, spingeranno Giorgio a redigere il preziosissimo inventario delle sue opere pittoriche e dei suoi guadagni.
Le trattative a un certo punto — siamo nell’agosto 1686 — stanno per rompersi.
Recita un documento: «Detto Giorgio s’accontentò d’attendere alla promessa sudetta [della donazione], mentre senza quella donatione si protestava di voler ritirarsi [dal fidanzamento, contratto “con assenso, et persuasione di detto suo Padre”] et non prender moglie, il che sarebbe stato una causa di far dire il mondo».

Le trattative alla fine vanno in porto.
Giorgio riceve la somma e accetta di sposarsi con Gioseffa Maria Martelli, figlia di Carlo Francesco Martelli, originario di Miasino ma stabilitosi a Milano.
Un mese dopo, in quello stesso 1686, Rocco, sessantatreenne, impalmò Lodovica Bevilacqua, ventiduenne, già vedova Sinistrari.

Antica famiglia d’Ameno quella dei Sinistrari. Lodovico Maria Sinistrari, zio di Lazaro Agostino Cotta, letterato, giurista e teologo dell’inizio del Seicento, è autore di molte opere interessanti, tra le quali un curioso trattato sui demoni.

Da Lodovica Bevilacqua Rocco ebbe sei figli.
L’ultimo a oltre settant’anni, quando già Giorgio era morto; tanto che ne ereditò il nome.

Sempre più gracile di salute, tormentato e inquieto, Giorgio morì consunto dalla tisi all’inizio del 1700, in Milano, dove fu sepolto il giorno stesso della morte.
Di lui oggi non c’è più nemmeno la tomba.
Sorte ben diversa gli sarebbe toccata se fosse morto a Corconio.
Nelle Memorie c’è la descrizione commovente di un funerale, proprio quello di Lodovica Bevilacqua, la matrigna di Giorgio, morta a Corconio nel 1743.
C0me sarebbe suggestivo immaginare anche il funerale di Giorgio, questo timido pittore non privo di genio, nella sua piccola patria sul lago!
Una lunga processione di barche si recava con il feretro alla chiesa dell’isola.
Di qui il corteo tornava a Corconio, dove allora i Bonola avevano la sepoltura nella cappella dell’Addolorata.
Più tardi l’avranno nell’incantevole cimitero affacciato al lago, che ricorda un po’ quello fogazzariano di Gira, sul lago di Lugano: il cimitero di Ombretta in Piccolo mondo antico.

Le Memorie descrivono in tutti i particolari — interessante documento sul costume del tempo — il settecentesco funerale di Lodovica: le barche in numero sterminato in una limpida mattina d’inverno; i preti scesi a frotte dalle valli e dalle colline; i contadini di Corconio e dei dintorni, accorsi quasi a popolare una grandiosa scena barocca.
Ricordano quelle scene, quei popolani, quei volti che gli artisti del Seicento hanno lasciato plastificati o affrescati nelle cappelle del Sacro Monte d’Orta. Gli stessi volti che Giorgio Bonola ha dipinto tante volte; come le variopinte figure contadine in primo piano, nel quadrone di san Carlo che distribuisce l’elemosina ai poveri, nel duomo di Milano. .

Ma a Giorgio non toccò un grande funerale barocco, come quello della matrigna. Morendo lasciò cinque bambini, il più vecchio aveva tredici anni, il più giovane pochi mesi. E cinque fratellini (poi diventeranno sei), figli di Rocco in seconde nozze.

Dopo la morte di Giorgio, il padre riuscì a revocare la donazione che aveva dato luogo a tanti guai. Nacque una sorta di difficile convivenza tra le due famiglie, con tutti quei bambini.
Le Memorie forniscono molti dettagli in proposito, che non interessano qui, ma sono tuttavia una testimonianza autentica di vita di una famiglia benestante del lago fra Seicento e Settecento. E documentano i lavori d’ampliamento della chiesa, 0 la costruzione della cappella dedicata a san Luca, dove aveva sede l’accademia.

Tra i figli di secondo letto di Rocco primeggia la figura di Giovanni Battista, teologo nel duomo di Novara e in seguito vicario generale della diocesi sotto vari vescovi.
A lui si devono molti appunti utilizzati per le Memorie, e anche l’assetto finale dell’attuale complesso, costituito dalla villa e dalla chiesa di Corconio, con il “viale delle passeggiate” e la cappella dell’Addolorata.

Fu Giovanni Battista a far abbattere i boschi che facevano di Corconio un piccolo nucleo sepolto tra alti alberi, per ridurre le selve in “ronchi”, cioè in campagne da coltivare.

Le Memorie, che qui ho rispolverato per trarne qualche notizia sulla vita del pittore, sono preziose soprattutto per capire la vita di famiglia, in questo piccolo tratto di mondo che è il lago d’Orta; la cultura e mentalità di mercanti, tuttavia aperte a una vocazione per l’arte, oltre che per i traffici, e anche per la scienza e per la poesia; e tanti altri valori perduti che si possono riassumere in una parola sola: civiltà.
Piccola civiltà, se non si vuole perdere la dimensione limitata di questi brevi orizzonti, ma certamente civiltà.

È per questo che l’iniziativa di ricordare Giorgio Bonola oggi, a trecento anni dalla morte, al di là del contributo allo studio della sua arte, mi pare anche un nobilissimo gesto quasi di pietà e di amore per il recupero di tutta questa civiltà, i cui personaggi, secolo per secolo, paese per paese, andrebbero riscoperti tutti
uno a uno.
A meno che non vogliamo fare anche noi come quella Milano, nella quale toccò a Giorgio Bonola la cattiva sorte di morire, che cammina — per non dire corre — sulle macerie della sua storia, delle sue case, delle sue chiese, dei suoi cimiteri, dei suoi morti, anche illustri.”

Enrico Rizzi
da Giorgio Bonola e il suo tempo (2002)

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