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Si pensa che i primi abitanti della Riviera di San Giulio siano stati i Liguri, poi in seguito si ebbe un influsso celtico sovrapposto a quello ligure.
I popoli della Riviera furono poi assoggettati dai Galli e sopravvennero i Romani. Durante la dominazione di questi, la regione cusiana doveva essere poco abitata; esisteva probabilmente solo qualche stazione militare. Sulle invasioni barbariche non si sa praticamente nulla.

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Le più antiche notizie letterarie relative all'isola di San Giulio sono riferite ad un distico del vescovo/poeta di Pavia Ennodio, che loda la sicurezza del castello fatto costruire nell'isola del vescovo di Novara Onorato, morto sul finire del V sec.

 

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Nella sua Storia dei Longobardi Paolo Diacono narra le vicende di Mimulfo duca dell'Isola di San Giulio che tradì il suo re Agilulfo, vendendosi ai Franchi di Childerico e permettendo loro di transitare dal Sempione. Agilulfo condannò alla decapitazione il duca traditore, di cui fu trovato, sul finire del Seicento, il cadavere inumato in un basamento di colonna, che oggi funge, in basilica, da cassetta per le elemosina.

Alcune fonti di carattere archeologico ci rimandano all'Alto Medioevo: si tratta di una lastra tombale rinvenuta durante gli scavi effettuati su ordine del vescovo Visconti nel 1697, sulla quale era inciso l'epitafio del vescovo di Novara Filakrio, morto all'isola ed ivi sepolto nel dicembre del 553; e del risultato di importanti scavi effettuati nella basilica di S. Giulio nel 1982, da cui emersero le fondamenta di un edificio religioso databile al V sec., nonchè una lastra tombale con incisi pavoni e datteri ed alcune tarsi di pasta vitrea databili all'inizio del V sec. Pertanto questi dati si collegano con la leggenda di S. Giulio e Giuliano, i due missionari greci che evangelizzarono la zona, secondo la tradizione, sul finire del III sec.

L'isola fu dunque sede di un duca longobardo, pertanto la Riviera di S. Giulio seguì le vicende di questo popolo fino al suo scontro con il regno franco. Divenuta parte dell'Impero Carolingio, il Cusio fece giuridicamente parte del comitato di Pombia, seguendone le sorti. Nella seconda metà del sec. IX si sfascia l'Impero Carolingio e sorgono i grandi feudatari, in lotta tra di loro. Dopo la divisione dell'Impero Franco, dovuta al crollo della dinastia carolingia, numerosi feudatari italiani e non, tentarono di cingersi il capo con la corona ferrea, simbolo del potere degli antichi re longobardi. In questo periodo i vescovi acquistarono potenza e autorità, muovendosi con abilità, approfittando dello sfaldamento dell'impero per colmare il vuoto di potere che si era creato.


        Nel 950 sono anche in lotta Berengario II assieme con il figlio Adalberto contro i vescovi e la Chiesa. Nel 957 ritroviamo Berengario nell'isola di S. Giulio trasformata ormai in fortezza quando, in lotta con l'imperatore tedesco Ottone I per il trono d'Italia, vi si rinchiuse con il figlio e subì un assedio di due mesi da parte di Litolfo, figlio di Ottone. Nel 962, Ottone in persona si mosse contro Berengario, sconfitto ma non domato, che andò ad asserragliarsi nella Rocca di S. Leo nel Ducato di Spoleto, mentre sull'Isola di S. Giulio sbarcava la Regina Willa con i tesori prelevati dal Palazzo Reale di Pavia e faceva restaurare le fortificazioni. Willa si arrese dopo uno storico assedio, Ottone si dimostrò particolarmente mite con gli sconfitti e con lei, lasciandola libera di raggiungere suo marito. Ottone, con diploma del 29 luglio 962, dona ai canonici di S. Giulio - potente istituzione ecclesiastica che vedeva riuniti attorno ad un sacerdote preposito, un gruppo di altri sacerdoti che officiavano la basilica - due corti con diverse fattorie, mulini, servi e diritti vari ad Agrate e a Barazzola. In questo periodo non si può ancora parlare di potere temporale del vescovo di Novara sulla terra di S. Giulio, fino ai primi anni del Mille il vescovo possiede molte terre, ma nessuna giurisdizione sul territorio. Solo nei primi anni del nuovo millennio riuscì a farsi riconoscere dagli imperatori di Sassonia e Franconia alcuni diritti di tipo civile, fino ad ottenere, dopo varie lotte con i signori locali, la giurisdizione sulla terra di S. Giulio: siamo nel 1219, e da quell'anno si può far datare il sorgere dello stato episcopale che durò fino alla fine del sec. XVIII, con una ripresa dopo il Congresso di Vienna e la definitiva cessione del potere ai Savoia nel 1817.

Come abbiamo visto, nel 962 Willa, moglie del re d'Italia Berengario II, re ribelle aspirando a crearsi un regno autonomo e indipendente da quello imperiale, si rinchiuse nell'isola con il tesoro reale. Ottone prese la decisione di farla finita una volta per tutte con la ribellione di questo personaggio e di sua moglie. Ordinò l'assedio dell'isola occupata da Willa. Ed è proprio in mezzo a questo vortice guerriero che la moglie di Roberto di Volpiano, luogotente della regina Willa, diede alla luce il suo quarto figlio, il grande abate Guglielmo di Volpiano. Monaco dell'ordine dei Benedettini, abate di ben quaranta monasteri che riformò e ricostruì, egli portò un soffio nuovo nell'Europa medioevale. Fu nel Medioevo una delle più importanti figure della vita religiosa e della cultura artistica dell'occidente cristiano a cavallo dell'anno Mille; dapprima monaco a Lucedio (Vercelli), quindi amico e seguace degli abati di Cluny, sulla cui consuetudine maturò una riforma applicata ai monasteri da lui fondati, cioè quella di porre sotto la diretta giurisdizione pontificia le fondazioni, svincolandole dai poteri dei vari signori del luogo, fu a Digione dove ha costruito una delle più importanti abbazie del primo romanico, quella di San Benigno con la sua celebre rotonda e la sua cripta anulare.

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La figura del vescovo, intesa come signore feudale, univa l'antica missione pastorale ad un vero e proprio potere giurisdizionale. La presenza di un governo di tipo vescovile favorì il crearsi di un ambiente culturale di alto livello. La Riviera godeva di una discreta autonomia, con propri Statuti e le proprie consuetudini. I vescovi avevano potere legislativo e giudiziario, ma amministravano avvalendosi di un castellano o governatore. Egli fungeva da comandante militare e da giudice di prima istanza e risiedeva sull'isola. Come giudice di prima istanza amministrava la giustizia nella Casa della Comunità della Riviera sita nella piazza centrale del borgo d'Orta. Vi si riuniva il Consiglio generale del quale facevano parte i deputati dei paesi del feudo vescovile.




        Il vescovo di Novara aveva i titoli di Principe di San Giulio e Orta...., ma siccome non poteva possedere un esercito, ma solo una milizia, si doveva mettere sotto la protezione imperiale e contare sull'amore e la gratitudine dei suoi sudditi. Questa situazione è rimasta in vigore sotto tutti i dominatori del Cusio: dai Visconti agli Sforza, passando dalla Spagna, dall'Austria ai Savoia. A seguito delle pressioni sabaude, il vescovo Balbis-Bertone stipulò nel 1767 con Carlo Emanuele III una convenzione in virtù della quale, salvo il supremo dominio al re e ai suoi successori, il vescovo rimaneva signore nel temporale e conservava il titolo di Principe di S. Giulio ed Orta. Era il primo passo sensibile sulla strada dell'abolizione di ogni potere episcopale sulla Riviera, come si sarebbe poi verificato con la seconda convenzione del 1817.
        Sopraggiunse poi la Rivoluzione Francese e nel 1798 Carlo Emanuele IV abdicò ritirandosi in Sardegna. Le terre cusiane vengono in seguito occupate dai Francesi e dagli Austriaci e, nel 1805, sotto il regno di Napoleone, Orta e Omegna passano a far parte della vice-prefettura di Arona. Dopo la caduta di Napoleone, e approfittando della vacante sede vescovile di Novara e delle trionfanti idee liberali, i ministri del Re Vittorio Emanuele I pensarono nel 1814 di abolire gli ultimi resti della signoria feudale del vescovo sulla Riviera. Ed eccoci arrivati all'ultimo atto del dominio episcopale. Nuove trattative condussero alla definitiva e decisiva convenzione del 18 luglio 1817, approvata in seguito da Papa Pio VII. Con questo atto, in cambio di una rendita annua, il vescovo rinunciava completamente, in favore del re Vittorio Emanuele I, alla signoria della Riviera e a tutti i domini feudali e giurisdizionali, ma conservava il castello e i palazzi dell'isola mantenendo il titolo di Principe. E così cessò il dominio temporale dei vescovi-conti sulla riviera dopo circa sette secoli e i Rivieraschi venivano uniti allo stato sabaudo. A metà del secolo scorso, la costruzione dell'imponente edificio - visibile tutt'ora e destinato a seminario - sul luogo dove sorgeva il castello smantellato nel 1842 dal vescovo Morozzo, cancellò l'antico e significativo simbolo dell'indipendenza della Terra di San Giulio.