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il lago d'orta il più romantico dei laghi italiani

PARTE 2

 

Tuttavia il suo spirito antiborghese con venature anarco-socialiste non gli impedisce di accettare nel gennaio 1901 la direzione del bisettimanale conservatore e monarchico «Gazzetta di Novara», che vorrebbe rendere «il limpido specchio della vita cittadina, e che in nessuna occasione e per nessun motivo, e la passione e il fanatismo vengano a gettarvi un'ombra e ad appannarlo».

Dalle colonne della «Gazzetta» egli parla del vecchio secolo e ne annuncia il nuovo, con queste parole:

«Gli è che l'umanità è in piena crisi. Crisi territoriale; nuove disposizioni di frontiere; assalto ai grandi mercati del mondo; armamenti ad oltranza come se gli uomini dovessero gittarsi gli uni sovra gli altri e dopo essersi ruinati uccidersi [...].Sulla terra vi sono ancora razze oppresse; v'hanno ancora popoli servi; ancora sventurati che non hanno la certezza del pane quotidiano; ancora coscienze non libere da passioni fanatiche e ancora una densa folla che ha sofferto e che soffre schiacciata dal diritto del più forte. Imperrocché questo è stato il secolo della scienza, è vero, ma tal scienza sovente, esso, l'ha messa al servizio della forza. E' necessario che il secolo prossimo la scienza sia invece scuola e strumento di giustizia».

Sempre dalle colonne della «Gazzetta» egli contesta pure la visione del socialismo avanzata da un articolo de «Il Lavoratore» che, con la vittoria dei lavoratori, prevedeva la scomparsa della miseria, delle differenze di classi e della lotta di classe.

L'articolo di Ragazzoni, peraltro intriso da darwinismo e nietschianamente contrario all'idea di una società di uguali, inaccettabile a chi - come lui - aveva fortissimamente chiaro il senso della propria individualità e del proprio essere diverso dagli altri, non manca di anticipare temi che diverranno argomento di dibattito teorico in anni ancora recenti.

Per Ragazzoni la lotta di classe, motore di civiltà, si manterrà anche con il socialismo e la «religione socialista», che promette una felicità terrestre, va combattuta per quanto ha di «illusione sociale», perché «certe vane formule, benché indubbiamente inspirate a generosi principii, hanno fatto e faranno più male all'uomo di tutti i mali cui questi fu dannato dal destino».

Dell'avvento del socialismo Ragazzoni teme - ed in ciò è in consonanza con la polemica antistatuale di stampo anarchico - il possibile avvento di una classe dirigente che non riesca a dominare l'inevitabile disorganizzazione sociale determinata dal trapasso di sistema e apra le porte a un dittatoriale regime di ferro. E teme anche il possibile paternalismo, cioé l'imporsi di una società cui sia conferito «l'intero monopolio del benessere individuale» e che quindi possa divenire di freno allo sviluppo delle individualità e «mutare l'uomo in bebé che grida alla società: "papà e mamma!"».

Chi crede in uno Stato che assicuri il benessere comune si pretende progressista ma in realtà - dice ancora Ragazzoni - è «ancora alla società patriarcale nella quale il capo della famiglia s'incaricava del benessere della moglie, dei figli, dei servitori, tutti schiavi».

Naturalmente questa polemica non gli impedirà - anzi - di precipitarsi verso la Russia allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre, curiosissimo di quanto vi stava accadendo. Meno fortunato di John Reed e Louise Bryant, non riuscirà perà a raggiungere Pietrogrado e, arrivato ad Arcangelo, dovrà rassegnarsi a fare ritorno in Italia.

«Il Lavoratore» del 26 gennaio 1901 - forse con Luigi Giulietti - gli dà una prima risposta. Poi la polemica prosegue per alcuni numeri, peraltro assai misurata.

Intanto, sul numero della «Gazzetta di Novara» del 6-7 febbraio, Ernesto Ragazzoni pubblica Il paese della muffa, spietata critica della vita piccolo-borghese della cittadina in cui vive e che condiziona anche la redazione del giornale che dirige.

«E' il regno della burocrazia, l'acqua morta degli uffici, il mondo degli impiegati; tutta la malsana esalazione che vien su da quel sistema di apparecchi amministrativi i quali non sembrano avere altro scopo che quello di tramutare in inchiostro ed in carta, in statistiche, in elenchi e di seppellire in un archivio - di volgere in muffa, in una parola - le forze vive, le belle energie, le grandi funzioni della società. I succhi, le virtù, le linfe, così, destinati ad una efflorescenza gloriosa si sperperano e si consumano in una tisica vegetazione parassitaria. Tutta la vita moderna viene a decomporsi qui: il commercio, la finanza, l'industria, la politica, l'istruzione, l'arte persino, soffrono di questo male, sono diventati un monopolio della burocrazia e ridotti a pagar la decima ed a servir da vassalli a non so quante legioni di ufficiali sedentari, e di capi sezione e di capi divisione acefali. Imperroché le nazioni, oggi, hanno questo cancro in mezzo il petto: l'impiegatume che ha eretto il parassitismo a sistema, creato la tirannide dei funzionari e labirinti amministrativi tali in cui, per venire a capo, non c'è filo d'Arianna che tenga, e le cui lusinghe distolgono tante giovani fibre da un lavoro veramente utile e produttivo. Il burocrata nondimeno giunge a credere di essere lui l'ipostasi, l'incarnazione dello Stato e della fortuna di questo ed il posarla da sommo pontefice, da gran lama, da caicaman gli pare suo diritto. Chi non ha esperimentato il sussiego e la boria del funzionario al dì d'oggi ?

[...]

Così, a poco a poco, è cresciuto e si è fortificato il più opprimente e vigliacco dei dispotismi: quello anonimo ed irresponsabile, che non deriva da uno solo, che non può essere colpito e raggiunto da una persona, che non ha mai il coraggio di apertamente confessarsi, e sé dentro sé cela ipocritamente.

Tale corruzione non può che provenire che da un organismo corrotto, e l'azione deleteria che la burocrazia esercita all'esterno è solo il risultato del morbo onde internamente essa è infetta».

Seminato tempesta tra i socialisti, ponendo in discussione alcuni loro dogmi teorici, ora egli dimostra che il suo atteggiamento provocatorio non risparmia nessuno.

E se non è vero, come scrive Angelo Biancotti, che «nelle taglienti colonne eran gli uomini più eminenti della città, satireggiati tutti a cominciare dal proprietario del giornale per finire al sindaco e... al comandante dei pompieri», è tuttavia vero che molti notabili cittadini si sentirono tirati in causa da quell'articolo.

«Il Lavoratore», che consente pienamente con questo articolo di Ragazzoni, in una sua Cronaca della muffa del 16 febbraio, informa che «gli alti papaveri della burocrazia novarese» già l'8 di quel mese avevano indetto «un'adunanza di impiegati (a cui ne intervennero sui duemila, poco più di cento) onde poter stabilire il dogma di lesa...mufferia.

Messo subito il bagaglio ai malcapitati travetti che osarono rilevare lo scarso numero degli intervenuti ed avrebbero voluto dir pane al pane e muffa alla muffa, dopo un simulacro di discussione, i detti alti papaveri fecero procedere alla nomina di tre delegati (di cui uno fu, non ci sarebbe bisogno di dirlo, il cav. Giordana) con mandato di ottenere dai capocchia del partito moderato una sconfessione firmata delle sacrosante verità dette, sul loro conto, dal signor Ragazzoni».

Tutto quello che inizialmente ottengono è però solo una messa a punto di Ragazzoni, che rivendica al suo articolo il carattere di «un semplice saggio di psicologia sociale», ricordando come anche Les employés di Balzac e Le miserie d'Monsù Travet di Bersezio avessero provocato vivaci reazioni e anche in esse si fosse voluto vedere allusioni e denigrazioni. E in effetti la presa di posizione di Ragazzoni è un punto alto della polemica contro le strutture burocratiche dello Stato rappresentativo e delle conclusioni profondamente irrazionali cui conduce la simbiosi di società individualistica - Stato rappresentativo - burocrazia, che è tra le spie forse più impudiche e scoperte del carattere assurdo e paradossale della «civiltà borghese», divenuto spesso tema - come giustamente ricorda anche Ragazzoni - della stessa letteratura, specie di quella satirica. Essa ha tra l'altro tra i suoi punti alti quella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico che Karl Marx scrisse probabilmente tra l'inverno 1841-42 e l'agosto 1943 e in questo secolo Il processo (1924) e Il Castello (1926) di Franz Kafka. Non dovette sfuggire quindi agli impiegati novaresi che Ragazzoni, al di là delle sue precisazioni, si schierava comunque nel campo dei critici della «libertà dei moderni» ed essi non sembrano essersi accontentati della sua messa a punto, perché l'11 c'è nuovamente un'assemblea e qualche giorno dopo Ragazzoni deve lasciare - scrive ancora Biancotti - «posto e stipendio, e a chi gli diceva di non aver fatto una cosa seria, rispose:

"Io tratto seriamente soltanto con la gente seria... ma siccome non ne trovo mai, così rido sul muso di tutti... a cominciare da chi mi fa la morale"».

Tornò così a «La Stampa», abbracciando definitivamente la carriera giornalistica in una posizione, per quei tempi, prestigiosa.

Nel 1904 è corrispondente da Parigi, nell'11 lo è da Londra, poi dal '12 al '18 lo è nuovamente da Parigi. Nel '18 passa al «Resto del Carlino» e, infine, nel 1919 al «Tempo» di Roma.

Inarrivabile nella corrispondenza di colore, durante le feste dell'Incoronazione di re Edoardo a Londra, fu incaricato di scrivere sul «Times», a nome di tutti i corrispondenti stranieri convenuti a Londra, due colonne d'impressioni. Segno della stima in cui era tenuta la sua opera giornalistica.

Perché Ragazzoni è - come ricorda Emilio Zanzi, che gli fu collega a «La Stampa» - «uno dei giornalisti di razza che non morranno. Uno dei pochi. Ragazzoni era un nobile artista anche quando articolava la Stefani e telefonava alla "Stampa" le inutilità parigine».

Racconta al proposito Paolo Monelli che «...passavano nei fili, a punteggiare la cronaca bestemmie e sfoghi; e se le sere eran buone e lo spiritello del vino galleggiava sulla schiuma del pensiero, freddure da levare il fiato. "pronto" chiamava lo stenografo da basilea. "Pronto!" muggiva Ragazzoni da una cabina mùccida di Parigi. "Andiamo ?" "Andiamo". Ma invece del solito pezzo: "gravi rivelazioni ha fatto oggi alla Camera il deputato Dupont, ecc." lo stenografo esterrefatto si sentiva gridar nelle orecchie:

C'erano prima l'acque

poi sopravvenne il dotto,

e allor come a Dio Piacque

si ebbe l'acquedotto.

 

Ma una sera lo stenografo non capì una certa parola, e interruppe; e Ragazzoni si meravigliò un poco e opinò che il collega fosse un asino; il collega da Basilea non fu d'accordo, ed espresse l'opinione che l'altro fosse brillo...».

Ne seguì una sfida a duello, ma per fortuna i due erano distanti...

Di Ragazzoni si raccontava che, incaricato di fare un reportage sui trappisti, fosse andato da un vescovo di sua conoscenza e l'avesse convinto a dargli una dichiarazione che lui voleva farsi trappista. Così aveva potuto accedere al monastero, ed era stato un mese a studiare la loro vita.

E' questo un aneddoto - comunicatomi da Giovanni Ragazzoni - che, anche se non fosse vero, è ben esemplificativo di come niente fermasse Ragazzoni di fronte a una corrispondenza che lo interessava.

Eppure egli fu un contestatore delle corrispondenze di routine e anche delle gerarchie che vigono tra le notizie all'interno di un giornale. Passò tra l'altro tra le "brevi" la notizia della scoperta del Polo e tradusse in linguaggio umoristico, con un vocabolario da «Travaso delle idee», un discorso di Briand. Ed è rimasta nella memoria di alcuni giornalisti questa sua ironica «Nota di servizio» in versi, dell'epoca in cui la concorrenza rea «Stampa» e «Corriere della sera» era diventata spietata:

 

Frassati vorrebbe sapere

se mandi stasera l'articolo

se no si corre il pericolo

che l'abbia domani il «Corriere»...

 

Inviato una volta a un comizio che si teneva al parco Michelotti, arrivò al giornale calmissimo e grave e quando il vice-direttore gli richiese d'urgenza le cartelle per passarle alla linotype gli «tirò fuori un pugno di cortecce e di foglie: "Siccome eran dei somari che parlavano, così io ho scritto qui i loro ragli perché posano rimangiarseli"».

Perché Ragazzoni scrive le corrispondenze solo se gli aggrada e lo ritiene il caso.

Anche in tal senso egli rivendicava la libertà di fare buchi nella sabbia, di non rinunciare a esprimere se stesso. Non soltanto cioè rivendicava l'altra fondamentale libertà di potere in santa pace numerare le nuvole e bere le stelle senza per questo essere additato come un pericolo sociale, ma anche di potere scrivere sulle pareti della redazione: «Come sono lunghi gli ultimi 29 giorni !». Perché il lavoro è salariato, quindi alienato, non libero e Ragazzoni ne aveva piena consapevolezza. Contestava questo, come già l'aveva contestato Paul Lafargue nel suo Il Diritto all'ozio.Rifiuto del diritto al lavoro del 1848 (1880).

Non è vero che «siamo nati per soffrire». Contro i «canti nauseabondi del Dio progresso» e contro l'«etica del lavoro» Lafargue, sulla scia di un Lessing («Diamoci all'ozio in ogni cosa, fuorché nell'amare e nel bere, fuorché nell'oziare»), denuncia che «una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui domina la civiltà capitalistica. E' una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l'amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua progenie».

Lafargue recupera nella sua contestazione una «qualità della vita» pagana, epicurea, dove l'ozio, padre delle arti e delle nobili virtù sia balsamo delle angoscie umane. Chi lavora ha quindi per Lafargue il diritto di tracannarsi bicchieri di Borgogna e di Bordeaux e di mangiare bistecche enormi e sugose ma anche il dovere di fare esercizi coreografici e praticare il cannottaggio. E' l'ideale di «uomo non unilaterale» preconizzato da Carlo Marx - peraltro con ben altra robustezza - nei manoscritti economico-filosofici del 1844.

Quindi il «Diritto all'ozio» è infinitamente più nobile e sacro del «Diritto al lavoro», che alla fine non è altro che diritto alla miseria e all'ignoranza.

Anche la contestazione di Ragazzoni è su questo filone, così come lo sarà quel «rifiuto del lavoro» praticato, per esempio, dal Movimento del Settantasette, che nella sua fantasia e pratica fu molto ragazzoniano.

Ragazzoni - che scrisse in vita sua migliaia di articoli - era quindi considerato uno «strano lavoratore» da Luigi Ambrosini, che sempre si visse dentro alla più tradizionale «etica del lavoro».

E non casualmente finì per essere emarginato - addirittura non notato - da un dibattito culturale che dalla Resistenza in poi venne dominato da un sistema dei partiti che - anche e soprattutto nelle sue componenti di sinistra - ha sempre più inalberato la bandiera del «dovere del lavoro».

Antimilitarista com'era, inviato controvoglia in Tripolitania quale corrispondente di guerra, «non scriveva articoli a nessun costo, ma inviava lettere piene d'umore e di brio alla sua signora e agli amici, che mostravan questi scritti al Direttore del giornale in cui il Ragazzoni scriveva. Quando tornò a Torino quest'ultimo non mancò di fargli notare, con la solita pipa, lo strano suo contegno. Ed Ernesto imperterrito rispose: "Lei mi aveva mandato in Affrica... In Affrica dicono che ci siano i leoni... A Tripoli non ne ho veduto nemmeno degli impagliati... dunque era un Affrica finta. Lei ha mancato il contratto per primo... ed io l'ho contraccambiato".

L'antimilitarismo resterà un leit-motiv della poesia di Ragazzoni, che durante la prima guerra mondiale salutava così il nero d'Africa, allora chiamato a combattere in Europa:

 

Già, pel bianco nostro merito

ei, selvaggio ebano e ignavo

si piegò, percosso e schiavo,

nella pelle del zio Tom,

ed - onore per lui inclito -

importato or ora in Francia

s'ebbe a far bucar la pancia

sulla Marna e sulla Sòm.

 

Benvenuto dal tuo Senegal,

fratel nero, e dal Sahara;

benvenuto a crepar qui.

Vien! L'Europa qui ti prodiga

(giù la barbara zagaglia!)

la civile sua mitraglia

che già tanto suol nutrì!

 

Ti vogliamo eroe... rallegrati

Pur, se mai, ti si dà il caso

che tu porti fuori il naso

da quest'orgia, o almeno un piè,

quando torni ai tuoi, ricòrdati:

(quando là sarai tranquillo)

- Tante cose al coccodrillo,

per mio conto, e al cimpanzé !

 

Ma netti spunti antimilitaristi si trovano anche ne Il teorema di Pitagora e nella Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo, apparsa il 25 gennaio 1914 su «Numero», la rivista torinese a cui smise di collaborare quando assunse toni nazionalistici e interventistici.

Anche l'avversione al colonialismo è un'altra componente costante del Ragazzoni, come testimoniano non soltanto la «novella cinese» intitolata Il cuore del diavolo bianco («Gazzetta di Novara, 26-27 gennaio 1901), che egli finge di avere tradotto dall'inglese e che attribuisce a un inesistente Giorgio Hearn, di cui - annunciando le collaborazioni alla Appendice della «Gazzetta di Novara» - traccia un breve ritratto di fantasia (9-10 gennaio 1901); ma anche un'altra strofa del De Africa, la seconda, dove si attribuiscono agli africani gusti così semplici

 

che talor, se è necessario,

mangian anche il missionario

che li accolse e convertì.

 

Pure netta è la sua avversione ai «pescecani» che si sono arricchiti con la guerra sulla pelle dei poveracci:

 

«Ça ira» vociavasi:

«Alla lanterna!»

O tempi! O quadri!!

Vedessi io pendermi

- giustizia eterna -

giù certi ladri.

 

Cert'epe sudicie

di bottegai

figure grame

che s'impinguarono

(porci, usurai)

sopra la fame.

 

Credo che ormai sia chiaro come avesse ragione da vendere Franco Antonicelli nel definire così le «provocazioni» di Ragazzoni:

«...non tutte le sue stranezze, forse nessuna era puramente capricciosa e assurda. C'era spesso la molla di una rivolta, la rivalsa di una beffa in quelle sue apparenti bravate o smorfie».

Ma ecco di cos'è capace il «provocatore» Ragazzoni nei confronti di un «bennato e ben pasciuto»:

«Una volta, sbarcato a Napoli, di ritorno dalla Tripolitania, dov'era andato a contraggenio, incontrò un signore bennato e ben pasciuto che gettava grandi boccate di fumo da un grosso "trabucos". Ragazzoni s'avvicino umile umile ridendosela in cuore e disse a quella vivente ciminiera:

"Signore...ho fame!".

A questa frase, secca come una fucilata, il benpensante, inviperito, si volse come se fosse stato punto nel sedere da un aspide e cominciò a snocciolare una filippica contro l'accattonaggio, i mendicanti che impediscono alla gente per bene di far la loro strada ed altre castronerie del genere, concludendo con un:

"Mi meraviglio, lei, così giovane e ben vestito, che chieda l'elemosina!"

Alle quali parole Ragazzoni rispose:

"Ho fame, sì... e vorrei l'indirizzo d'un buon ristorante"».

In una sua poesia Ragazzoni contestò anche la filantropia. Si tratta di una poesia originata da un articolo di «Altèa», che su «La donna» del 5 febbraio 1905 aveva presentato una raccolta «di piccoli e vezzosi musetti di cani» e scritto in apertura: «O voi piccoli terriers, o svelti levrieri, che avete la fortuna d'una gentile padrona che vi accarezza e vi vigila, che dà ai vostri sonni una tiepida cuccia, ai vostri pasti un abbondante cibo, ai vostri saluti festosi frequenti carezze di manine delicate, ai vostri tremiti di freddo un elegante palloncino, o voi, favoriti dalla fortuna, avete mai pensato ai diseredati che battono i lastricati delle vie, che devono chiedere al furto o alla carità l'alimento giornaliero, e sono condannati a finire i loro giorni al civico ammazzatoio ?

Per voi hanno forse mai pensato ai poveri tapini le vostre gentili e care protettrici, che dall'amore vostro dovrebbero essere condotte a voler bene anche ai vostri simili ?».

E l'articolo concludeva: «Non si tratta di chiedere per i cani quelle cure e quelle forze che potrebbero essere utilmente spese a beneficio dei nostri simili, ma facendo appello a quegli istintivi sentimenti di bontà e gentilezza, che ogni anima buona ha in sé, in così larga copia, e indirizzarli verso questi piccoli animali, così bisognosi di protezione, e così riconoscenti per chi pensa a loro.

L'abitudine a considerare le miserie dei deboli e dei diseredati e sopratutto quella di spingere il pensiero al di là del piccolo mondo felice in cui viviamo, sarà sempre un'inutile educazione, quando non è complemento di quella beneficenza umana, che certamente deve precedere quella verso le bestie, senza però escluderla, poiché chi non sa amare le bestie, difficilmente ama gli uomini».

Non ci voleva certo di più per spingere Ragazzoni a rispondere in rima con l'Inno della riscossa, scritto «per i poveri cani proletari» e dedicato «a miss Sofia Tirone», ossia «Altèa»:

 

O barboni, o veltri, o alani,

levrieri, bracchi ... eccetera,

come mai, poveri cani,

si perpetua e s'invetera

l'abitudine tra voi

di lasciar che vi si domini

e di avere in conto gli uomini

di padroni, o amici, o eroi ?

Come mai tale opinione

s'è potuta radicar ?

Forse in grazia del bastone,

forse in grazia del collar ?

 

Anche noi, cani, noi stessi,

tali e quali se voi fossimo

non restiamo sottomessi

e teniamo in conto il prossimo

che in omaggio del guinzaglio,

e facciam la voce querula

salvo, a volte, per isbaglio

sol per tema della ferula;

e anche noi, cani, parola!...

è spessissimo in virtù

della sola museruola

che non s'osa morder più.

 

Ma noi, cani, noi siam bestie

così dette ragionevoli,

e quest'utili molestie

accettammo consapevoli,

per paura che i più scaltri

non addentino i più ingenui,

e costor non meno strenui

si divorin gli uni e gli altri.

Ma voi, cani, anime buone,

perché starvene così

ligi ai cenni del padrone

che vi sfrutta, anche, ogni dì ?

 

Certamente, tra voi pure

c'è il felice, il ricco, il nobile

che non ha che sinecure,

che viaggia in automobile,

che la notte dorme al morbido,

ed il dì fa lunghe sieste

senza mai un sogno torbido

sovra il lembo di una veste,

che s'impinza di biscotti,

va in carrozza, ai bagni, ed è

ricevuto nei salotti,

tra le dame, come un re.

 

Non a questi io mi rivolgo,

ma a voi miseri, a voi poveri

cani paria, cani volgo:

guardie vigili ai ricoveri

del pastore ed ai suoi greggi,

servi ai giochi, ai cenni, ai sibili

delle genti più impossibili,

alle caccie ed ai passeggi,

e maestri all'uomo d'una

sconosciuta qualità,

che però non ha fortuna

pur tra voi: la fedeltà.

 

Ah! non più vita da cani,

o miei cani! ed io non dubito

che potreste da domani

esser liberi e anche subito,

se un po' meno compiacenti,

e un po' meno all'uomo accoliti

digrignaste meglio i denti

come spesso noi siam soliti.

Cani, è in simile maniera

che sappiam farci obbedir...

Su!... alla libera bandiera

splende il sol dell'avvenir!

 

[«La donna», Torino-Roma. 5 settembre 1905, n. 17, p. 19]

 

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