| PARTE 1
Il periodo in cui fece il «ragionàt»,
poi il bancario e poi il «ferrociario» fu da lui unicamente dedicato a leggere libri,
imparare le lingue ed agguerrirsi nel mestiere dello scrittore.
Così nel 1891 escono i suoi primi racconti
su «Il cittadino novarese», sulla e la raccolta di poesie Ombra, che ebbe due
edizioni e che da un lato lo riallaccia alla scuola romantica - vi appaiono tra l'altro
traduzioni di Poe, Goethe, Bürger e Hugo - dall'altro alla scapigliatura. In esso vi è
già non solo il gusto della strofa geometricamente ordinata ma anche un'ancora vaga
ispirazione sociale di rivolta, per esempio in Estremo oriente:
Terra dei sogni! Sul tuo suolo ardente
Potrei la pace ritrovar, ma ohimé!
Anche quaggiù nel profumato oriente
Ci son troppi numi e troppi re.
Nel 1892 - in cui per qualche mese è
impiegato alla Banca Popolare di Novara ma si dimette per insofferenza nei riguardi di
quel lavoro - scrive per «Il novelliere del popolo», serie di letture settimanali a
dispense edita dalla Tipografia Operaia di Novara, un feuilletton dal titolo L'ultima
dea, che verrà affidato alla non finita undicesima puntata ad altro autore. Infatti
Ragazzoni non ha resistito a prendere le distanze dal gusto truculento dei romanzi
d'appendice dell'epoca e a pagina 79, quando l'editore decide di sostituirlo, non è
ancora successo niente di straordinario nella trama.
Nel 1893 Ragazzoni si trasferisce a Torino.
É impiegato nell'ufficio di spedizioni di Porta Nuova a compilare bollette ferroviarie,
ma soprattutto a suggerire itinerari diversi da quelli prescelti ai viaggiatori, incurante
del tempo che passa e dei treni che partono.
Contemporaneamente è gran frequentatore
del caffé Molinari in piazza Solferino, dai divanetti rossi, ritrovo della Torino-bene e
di una trattoria che ha scoperto nei pressi del cimitero: «Il crematoio», che - come
racconta Henriette Martin - frequentava nottetempo con Guido Gozzano e gli altri amici
letterati. E' pure grande frequentatore di biblioteche e collabora a «Farfalla» e a «La
Gazzetta letteraria», di cui ancora Arrigo Cajumi ricorda il «curioso tono tra
provinciale ed europeo», cui collaborano anche Francesco Pastonchi, Gustavo
Balsamo-Crivelli, Zino Zini, Luigi di San Giusto. Poi collabora anche a «La Stampa»,
dove il 12 maggio 1896 recensisce le novelle indiane di Visnusarma (Panciatantra),
tradotte dal sanscrito da Italo Pizzi. Torino, Unione Tipografico- Editrice, 1896.
Lo segnaliamo perché l'articolo denota il
suo grande interesse - in consonanza con l'epoca sua, e si pensi non solo al già citato
Salgari ma anche al viaggio di Guido Gozzano in Estremo oriente - per l'influenza
reciproca delle letterature orientali e occidentali.
Nel 1898-99 Ragazzoni collabora anche alla
rivista quindicinale torinese «Germinal», di cui è allora direttore Angelo Pizzorno,
che esce dal marzo 1898 e sarà nei primi due anni una delle riviste culturali di sinistra
più vive e interessanti. Sorta per iniziativa di un gruppo di intellettuali socialisti
che riuscirono a raggruppare attorno a sé letterati e scienziati di valore, «Germinal»
tratta con equilibrio di arte, letteratura, economia, sociologia e storia, assume
posizioni antimilitariste e a favore dell'emancipazione della donna e - aperta a
un'informazione sul movimento socialista europeo - discute delle teorie revisionistiche di
Bernstein o della organizzazione cooperativistica belga.
Tra i suoi collaboratori sono Rosa
Luxemburg, Vittorio Adler, Luigi Einaudi, Filippo Turati, Arturo Labriola, Alessandro
Groppali, Cesare Lombroso, Paola Lombroso, Ettore Ciccotti, Alessandro Schiavi, Enrico
Leone, Ivanoe Bonomi, Fabio Maffi.
Ragazzoni - che non ha interrotto i legami
con Novara - in quegli anni pubblicherà anche, proprio su «Il Lavoratore» dell'8 maggio
1897, la poesia 8 maggio e sul «Cavallotti» del 15 febbraio 1900 l'altra poesia I
ribelli. In entrambe è palese l'ispirazione sociale di rivolta e nella seconda già
traspare anche l'attrazione che ha per lui il gioco di parole, contestatore della
banalità e mediocrità dell'espressione, da lui aborrita come una delle faccie
dell'odiato «borghesume».
La loro netta impronta socialista è pure
condivisa dalla satirica e beffarda Le ballatelle italo-abissine, scritta all'epoca
della prima guerra d'Africa, che - notava Camillo Pasquali - era composta da strofette
«certo recitate, se non scritte, al caffé Coccia, assai vicino ai "frak" del
club», cioè del Club Unione, dove passava le serate l'aristocrazia e la borghesia
«bene» della città.
In cravatta bianca e in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon del Degiàc
e dei ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.
Pur noi in barba agli Abbacùc,
che impinguati di beefsteaks,
dietro un fumo di giubèk,
profetizzano il zurùch,
da quei negri del cibùc,
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc
impinguati di beefsteaks;
e col comodo di Cook,
o di Chiari, e d'uno chèque,
ce n'andremo fin là
in break
a sonarci Grieg o Gluck,
sempre in barba agli Abbacùc.
Intanto il senatore Alfredo
Frassati decide di assumerlo stabilmente a «La Stampa», di cui era divenuto direttore
nell'ottobre del 1900.
Racconta Dario Corradino che Frassati
«andò di persona a Porta Nuova, si avvicinò a quell'uomo dai capelli arruffati, chino
sul tavolo, e gli chiese: "E' lei quel Ragazzoni che scrive sul 'Farfalla' ?"
"Sì, perché ?" "Sono Frassati, sono venuto per chiederle se vuole
collaborare a 'La Stampa'". Senza pensarci un minuto, Ragazzoni si sfilò le
soprammaniche nere, si ficcò in testa un cappello un po' unto, che aveva appeso a un
chiodo, ed entrò quasi di corsa dal capo ufficio. Il suo superiore, seccatissimo, gli
disse: "Come si permette, lei, di entrare col cappello in testa ?". L'ormai ex
spedizioniere gli rispose: "Mi tolgo il cappello solamente davanti alle persone che
stimo". Era il suo stile, e lo conservò sempre con chiunque».
In una famiglia borghese - con il padre che
annoterà in apposito Registro: «Nel 1900 lasciò l'impiego delle Strade ferrate e
passò quale redattore del giornale La Stampa perché meglio retribuito» - queste sono
considerate, non sapendo come spiegarsele altrimenti, delle strolabierie,
esattamente come il suo vestire trasandato e le abitudini da «bohèmien» o il suo amore
per le osterie. In casa sua si tace che Ernesto sia padre di una bambina, concepita in un
rapporto non matrimoniale e di lui invece vengono messi in evidenza il suo sovrano
disprezzo per «il porco quattrino», la sua capacità di fare debiti, il suo tornare in
famiglia soprattutto quando ha bisogno di batter cassa, il suo odio per i luoghi comuni e
le frasi fatte, il supremo distacco dal conformismo. Basti pensare - ricorda suo nipote
Giovanni Ragazzoni - «che quando gli dolevano i piedi andava in giro in pantofole e, in
pantofole, si recava alle prime teatrali o a tenere conferenze in ambienti come il
filologico di Milano».
Tutto ciò non gli impedisce naturalmente
di essere anche - scrive Arrigo Cajumi - «con molta eleganza, uomo di mondo, ricercato
dalla migliore società per la sua conversazione scintillante, la facile parola, la voce
colorita e melodiosissima che gli permisero di essere un conferenziere attraentissimo e
molto applaudito. La sua cultura era vasta. [...] Conosceva perfettamente il francese e
l'inglese, che parlava con facilità, sapeva il tedesco tanto da poter leggere e tradurre
libri e giornali, lo spagnuolo, e aveva incominciato a imparare il russo, maestro un esule
polacco, il conte Zaborowsky. Autodidatta, non aveva mancato di apprendere il latino che
basta per centellinare Virgilio ed Orazio».
Negli ultimi anni della sua vita si mise
anche a studiare il cinese, verso cui aveva del resto provato interesse sin dagli albori
del secolo e a cui aveva dedicato un lungo articolo su «La Stampa» del 24 luglio 1900, La
lingua del diavolo.
Continua Arrigo Cajumi: «Giovanissimo
ancora, la letteratura inglese e americana attraendolo più di ogni altra, tenne un corso
all'Università Popolare e al Circolo Filologico di Torino, e gli rimase poi sempre
l'affetto per Poe [...] », sul quale tenne anche una conferenza all'Istituto Bellini di
Novara il 4 marzo 1906.
Grande assimilatore di libri e autori,
dedicò tra l'altro nel 1899 e 1900 saggi sulla rivista bergamasca «Emporium» a
Joséphin Péladan, Robert Louis Stevenson e Jerome Klapka Jerome e nel 1896 pubblicò in
collaborazione con Federico Garrone un volumetto di poesie e prose tradotte da Poe.
«Negli ultimi anni, in tutte le sue peregrinazioni aveva sempre con se un volume di
Shakespeare, uno di Thackeray, e soprattutto un Browning, che studiava continuamente. Per
invito dell'Ambasciatore d'Inghilterra, sir Rennel Rodd, parlò a Roma di Kipling».
Nel 1906 aveva, per esempio, tenuto
all'istituto Bellini di Novara una conferenza su Poe.
Il 27 agosto 1900 aveva scritto cose assai
interessanti su Federico Nietzche, affiancato a Leone Tolstoi e a John Ruskin come maestro
di non conformismo, «Messia nuovo cui la gioventù odierna, sfiduciata e scontenta degli
iddii che sono bastati ai suoi antenati, si rivolge ansiosa in attesa del verbo supremo».
Affascinato dall'aspetto asistematico dell'elaborazione di quello che considera «uno dei
più grandi agitatori di idee dei nostri tempi», la dottrina di Nietzche gli appare
«meno un insieme di verità astratte che il riflesso vivente d'un carattere individuale,
d'un temperamento singolare, la confessione sincera ed appassionata di un anima rara. La
sua filosofia, dunque, è anzitutto la storia dell'anima sua».
Dovette insomma piacere a Ragazzoni di
Nietzche - come del resto piacque a Guido Gozzano e a Enrico Thovez - soprattutto il fatto
che egli si esprimesse - come scriverà Zino Zini nel suo diario il 2 dicembre 1902 - con
un «mosaico di frasi, di scatti, di slanci lirici, di folli audacie, di meravigliose
assurdità che non possono trovar posto in alcun ordinato sistema», che fosse cioè -
come ancora si legge nel diario di Zini dell'aprile del 1905 - «la vivente protesta
contro la tirannide convenzionale, che rende schiavo l'uomo facendolo cittadino, soldato,
congregazionista, ecc. [...] Denegatore costante, il suo forte istinto vitale insorge
contro ogni mutilazione della persona umana fatta a profitto del gruppo, cui è associata.
[...] Bisogna pure che l'individuo sia: dopo tanta Chiesa, tanto Comune, tanto Stato, dopo
tante guerre e tante legislazioni, l'uomo era scomparso, la storia non parlava più che di
popoli, di partiti, di masse».
E' proprio questa protesta contro l'uomo
gregario che dovette affascinare Ragazzoni, perché essa era in lui quasi un fatto
biologico, che lo rendeva irriducibile a qualunque disciplina che gli venisse imposta
dall'esterno, che cioè non fosse il frutto di una sua decisione consapevole e che lo
rendeva uno scomodissimo «provocatore nato».
Nei primi anni del secolo è anche
collaboratore della rivista quindicinale «Forum», fondata da Giaccone e diretto da
Giovanni Bertinetti che vi illustrava ricette culinarie con il pseudonimo di «Donna
Clara».
Ben prima di essere assunto in pianta
stabile alla «Stampa», Ragazzoni ha scritto pagine straordinarie di critica dello Stato
e della società moderna, in uno spirito tutt'altro che nostalgico del buon tempo passato
ma comunque attento alle nuove servitù che si impongono e critico spietato dell'«idea
del progresso».
In un suo articolo, apparso il 9 giugno
1898 sulla prima pagina de «La Stampa», nota come «l'anima moderna» sia «un'anima
febbricitante. [...]
E' la veemenza, l'impeto vertiginoso delle
nostre mille dinamo, delle nostre mille turbine che si sono trasfuse in noi ? E' la
pressione formidabile delle caldaie a vapore delle innumeri nostre officine che si dilata
e grava sull'atmosfera che respiriamo ? E' tutto l'apparato di ascensori, di automobili,
di motori, di puleggie, di stantuffi, oggi al nostro servizio, che, esigendo meno l'opera
dei muscoli, ci lascia più sotto il dominio e l'azione dei nervi ?
Non so, ma il fatto è che oggi, come
nell'athanor dove un alchimista stia spiando qualche prodigiosa fusione di metalli, tutto,
intorno a noi, brucia, bolle, crepita, avvampa, s'evapora, si spegne, si riaccende, si
consuma.
Lo si direbbe il lavorio occulto,
l'ebullizione, la combustione di un mondo in fermento.
[...]
Tutte le contraddizioni, tutte le antitesi,
tutte le dissonanze più lontane, più impensate, più stridenti sembrano oggi essersi
dato convegno: e Nietzche coi superuomini e Carlo Marx coi socialisti; e Bûchner e Allan
Kardek, e la melinite, e la linfa Kock; e il telegrafo senza fili e le tavole giranti spiritate;
ed il realismo di Zola ed il simbolismo di Ibsen; e gli uomini che si effeminano e le
donne che si mascolizzano.
Illuso di progredire, quando in realtà non
va che in fretta, il nostro secolo, pur tanto infatuato di se stesso e tutt'occhi al suo
avvenire, par talora sentir cosa vana la sua grandezza e così incerto il suo cammino che
ad ogni tratto trova il bisogno di evocare, galvanizzare le glorie morte e di fare
all'amore col passato in commemorazioni, centenari, giubilei in cui trionfa, non so se
più la retorica, il sentimentalismo o la vanità.
In tale conflitto, fra tante opposte
tendenze, l'uomo, costretto ad occuparsi di tutto finisce col non aver più pratica di
nulla, indifferentemente egli parla di tutto, [vuol vedere tutto], tutto provare, tutto
gustare; presto a consolarsi di tutto, a beffarsi di tutto, a prendere tutto con passione
e a tutto dimenticare colla più solenne noncuranza, e trionfi e scandali, e forme d'arte,
e dottrine sociologiche, ieri Candia, oggi Zola, domani la Spagna.
Nessun sentimento può resistere a questa
vertigine di avvenimenti e di cose; la loro corrente costringe a una lotta continua, e
questa lotta continua ottunde, snerva, rilassa le facoltà ed i sensi oltre ogni dire.
L'amore, così, quando non è lussuria, non è più che un desiderio, l'odio una
velleità, la letteratura una gazzetta, l'arte uno sport, l'opinione un affare e la
morale un alcunché di molto vago e di molto elastico, limitato al nord dal procuratore
del re ed al sud dallo speziale.
Godere subito molto, come se l'oggi non
avesse domani, come se tutti questi congegni che ci abbreviano le distanze e ci affrettano
le notizie ed i viaggi ci avessero affrettata, abbrevviata anche la vita; gioire, disporre
a talento di mille raffinatezze, dei mille piaceri di cui è sempre ricca ogni decadenza
di civiltà, ecco la febbre, la smania che agita e consuma ogni cuore.
Godere! e per godere il danaro!
Di qui la speculazione in tutte le
maniere, sotto tutte le forme.
Sembra che lo spirito d'avventure che
spinse i popoli barbari e primitivi alla guerra, e creò un tempo i paladini, la
cavalleria, le compagnie di ventura, raccoltosi oggi nelle città, si sia riversato tutto
negli affari.
Così è un agguato continuo, un continuo
tendere di tranelli, un continuo allarme. E nei retrobottega angusti ed oscuri, e dietro
gli sportelli delle Banche, e nelle aule dei tribunali, e negli uffici, dove le piccole
velleità, le piccole ambizioni, per mancanza di espansione, si inacidiscono, ammuffiscono
e coagulano in ogni sorta di bassezze, di maldicenze, di rancori, ovunque, una turba
ansiosa, avida, inquieta, sta tutto il giorno come in imboscata, come alla vedetta,
levandosi prima dell'alba, per giungere in tempo, per non lasciarsi sopraffare, per
guadagnare tutto e non perdere nulla, spiandosi l'un l'altro per ghermire al volo la più
fuggevole occasione, sempre nell'apprensione di vedersi prevenuti, di essere raggiunti.
Lo stesso sonno, quando si dorme, è
agitato come è agitata la veglia; lo stesso divertirsi, quando ci si diverte, ha più
della sovraeccitazione che dello spasso.
Quale anima ora potrebbe serbarsi pura,
grande, generosa, in questa necessità che su tutti incombe, di filtrare ogni sentimento
pel portafoglio, di fare continuamente dell'aritmetica, di continuamente pesare le
miserie, i bisogni, la passioni del prossimo, e di stimarle, analizzarle, classificarle,
per trarne un utile, per architettarvi su una speculazione, o semplicemente per impedire
che altri faccia altrettanto con noi.
Checché si faccia, a furia di trovarsi
viso a viso colla corruzione, o si finisce per esserne nauseati, e allora ci si isola e si
è al di fuori di ogni movimento della vita attuale, o si finisce per abituarvisi, e per
inerzia, a poco a poco per concessioni, si conchiude con l'essere presi nell'ingranaggio e
col cadervici dentro.
Costretto a parlare continuamente, anche
pel continuo bisogno di stordirsi, l'uomo oggi si è ridotto a sostituire la parola
all'idea e la frase al sentimento. L'anima diventa una laringe. E ciò è tanto nello
spirito moderno che le nazioni stesse hanno sentito il bisogno di crearsi degli apparati
vocali: i Parlamenti.
[...]
Quest'esistenza vuota, questa caccia
continua al godimento ed all'oro, per cui le alte classi, da un lato, speculano sulle
inferiori, e queste, dal canto loro, spiano i gusti e le voglie di quelle per farne dei
vizi e sfruttarneli; questa noia permamente, questa inanità di spirito, di cuore, di
cervello, questa avidità, in una parola, che forma il fondo dell'anima moderna, come rode
tutto intorno a sé, finisce per consumare quest'anima stessa e soffocarvi quanto potrebbe
esservi di spontaneo e di buono.
Senza un ideale, così, che converga ad una
meta sublime le aspirazioni dell'umanità, affetti, caratteri, opere, oggi, si guastano e
si corrompono; ed avviene come dell'ingegno che certi giovani non sono ancora riusciti a
domare ed a costringere in una creazione: lasciato inoperoso, abbandonato a sé, esso
trabocca, straripa nella loro vita e nelle loro maniere in ogni sorta di bizzarrie e
stranezze.
[...]
Ed ecco: l'entusiasmo, quando non è un
puro accesso di curiosità, ridursi a nulla più di una passeggiera sovraeccitazione; gli
slanci, gli impeti generosi, forzatamente contenuti, sbollire lentamente in sorde
recriminazioni; il genio, troppo tormentato alla ricerca del nuovo e dell'originale,
attaccarsi allo stravagante, al grottesco e portare alla perversione del gusto e del
sentimento; la virtù, nove volte su dieci, non essere che l'impossibilità di fare il
male; i vizi, i vizi stessi, diventare, borghesemente, null'altro che le cattive
abitudini di gente impotente e pusillanime.
E questa miseria, questo esaurimento
dell'anima noi li possiamo continuamente vedere impressi sulle faccie dei nostri
contemporanei; faccie pallide, affaticate, sfigurate, solcate da rughe premature, senza
espressione, senza sorriso, senza sguardo e come rose da una perpetua febbre».
Per Ragazzoni - come scrive in altro
articolo di prima pagina su «La Stampa» del 31 dicembre 1899 - si è ormai entrati
nell'«Epoca Meccanica», soprattutto perché «lo spirito della meccanica sembra
aver penetrato l'intimo nostro essere medesimo, e i costumi, le usanze, le maniere, tutti
i fenomeni sociali insomma, vanno oggi informandosi al suo carattere ed alle sue leggi.
[...] Sempre maggiormente posseduti dal loro Genio della Macchina, i contemporanei par non
abbiano altro ideale che quello di ridurre tutte le loro istituzioni ad altrettanti
meccanismi. Consideriamo una delle funzioni più elevate della società, l'Educazione:
ebbene, l'Educazione organizzata come lo è oggi, in una burocrazia, nella forma d'una
qualunque amministrazione ufficiale, non è nulla meglio di un vasto congegno meccanico.
Noi abbiamo per tal modo macchine tecniche, macchine classiche, macchine universitarie, e
i Ministeri dell'istruzione pubblica loro servono semplicemente da motori. L'Istruzione,
questa misteriosa comunicazione della Scienza coll'Ignoranza, questo rito d'iniziazione
quasi sacerdotale, invece di essere una serie indefinita di tentativi, con uno studio
continuo e delicato dei singoli caratteri e delle singole attitudini degli allievi e una
conseguente variazione di metodi per raggiungere uno stesso scopo, è una specie di
regìa, una macina di programmi, una industria spiccia, pretenziosa, universale e con un
unico cieco meccanismo, buono per tutti, quasi, in luogo di intelligenze, si trattasse di
chiodi, da ridurre ognuno in una misura e con una capocchia identica. Su uno stampo
analogo possediamo macchine legislative, macchine giudiziarie, macchine religiose,
macchine patriottiche della più grande varietà. [...]
Qui Ragazzoni pare rousseauianamente dire
che la soluzione del problema di una effettiva egalité universelle richiede che la
égalité si appoggi sul riconoscimento sociale delle possibilità o libertà di
tutti indistintamente, ossia che la égalité sia una sintesi proporzionale di inegalités,
ossia dei due tipi di inegalités che sono la ineguaglianza d'istituzione ossia
«fra» gli uomini o morale o politica e l'ineguaglianza «degli» uomini o naturale.
Uomo non v'è che osi sperare di condurre a
termine la più meschina impresa senza aiuti, puntelli, leve e molle, epperò, per
riuscire, egli si fa necessariamente ad imbrancarsi con altri, ad affigliarsi a qualche
congrega, ad ascriversi a qualche conventicola, a mettersi, in una parola,
nell'ingranaggio di un meccanismo qualunque. [...]
Gli è che i moderni non solo agiscono, ma
a poco a poco si sono ridotti a pensare e a sentire meccanicamente. Ogni fiducia in sé,
ogni proprio spirito d'iniziativa, ogni generoso abbandono essi hanno perduto. Non più
per intime convinzioni, per la coscienza di una verità, o la fede in un ideale essi
lottano e sperano, ma, per combinazioni, per circostanze puramente esteriori, ma
unicamente perchè presi nell'ingranaggio di questo o quel meccanismo sociale. Piuttosto
che da considerazioni astratte e spirituali, è da considerazioni materiali e tangibili
che siamo mossi. [...]
Ma la moderna infatuazione del «congegno»
si spinge anche più in là. L'umanità oggi è giunta a credere che a farla felice
possano bastare date istituzioni politiche, particolari ordinamenti sociali. [...] Non
già si crede che la sorgente delle nostre soddisfazioni e delle nostre gioie sia in noi,
nella nostra coscienza, indipendentemente dagli accidenti della vita esteriore, ma si è
persuasi che solo queste circostanze esterne ne siano il coefficiente: la stessa virtù,
persino le stesse più nobili estrinsecazioni dell'intelletto vengono ad esserne
considerate come il prodotto, la conseguenza. Così, al dì d'oggi, più che a
preoccuparsi dei bisogni e delle condizioni morali e spirituali di un popolo, è delle sue
condizioni materiali, fisiche, economiche, commerciali, industriali che i nostri uomini
politici si interessano. L'anima sociale viene ad essere totalmente trascurata pel corpo
sociale. Ridotti in tal guisa a funzioni puramente meccaniche i doveri e gli atti
dello Stato, lo Stato stesso non è altro, per i più, se non una gran macchina: per i
malcontenti, una macchina a imposte, a coscrizioni, a repressioni; per i felici del
mondo, una macchina a salvaguardia della proprietà».
In questo articolo Ragazzoni pare quindi
rousseauianamente sostenere che la soluzione del problema di una effettiva egalité
universelle richiede che la égalité si appoggi sul riconoscimento sociale
delle possibilità o libertà di tutti indistintamente, ossia che la égalité
- per essere reale - debba superare l'ineguaglianza d'istituzione, ossia l'ineguaglianza
«fra» gli uomini o morale o politica, e contemporaneamente superare l'eguaglianza
naturale, cioè quell'eguaglianza «rigorosa» dello stato di natura che, ammesso che
fosse «praticabile», risulterebbe ingiusta per la sua indifferenza al riconoscimento
della diversità degli individui, delle persone.
In questa concezione, così attenta alla
salvaguardia dei talenti e delle forze dell'individuo e delle libertà individuali, vi è
tuttavia un respiro e un'intuizione teorica che è ben oltre la liberal-democrazia e, per
esempio, al moderatismo perbenistico di un Norberto Bobbio, la cui riflessione si muove
tutta all'interno del sistema sociale liberal-borghese, come se fosse il migliore dei
mondi possibili. Proprio perché Ragazzoni non ritiene che quello in cui vive sia il
migliore dei mondi possibili, cioè non è un coservatore, pone invece un problema teorico
fondamentale per la costruzione di una società di veri eguali. Un problema teorico che
resta vivissimo, proiettato sul futuro, al di là di capitalismi e socialismi «reali»,
che sempre si guardarono bene dal prendere in seria considerazione questa tematica,
tuttavia non per questo meramente legata all'utopia.
Il 16 aprile 1899 Ragazzoni sposa Felicia
Rey, di origine cilena, figlia del colonnello che aveva fondato con Alfonso Lamarmora il
corpo dei Bersaglieri, anch'essa giornalista, con la quale intratterrà per tutta la vita
un rapporto reciprocamente intenso e libero.
E' a lei che presumibilmente dedica Nostalgia:
Oh, come sono lunghi
i giorni senza te!
Mi par che dentro a me
nascano i funghi!
I funghi, come quando
piove, d'autunno e si
muore dovunque di
noia, e noiando.
E non ci son che ombrelli
su e giù per la città.
Sembrano, in verità
funghi, anche quelli...
Funghi, cocciuta muffa
viva, che vien da sé...
Vedi, ove senza te
l'uggia mi tuffa!
Sappiamo, alla luce di un articolo che
Ragazzoni scriverà su «Gazzetta di Novara» nel febbraio 1901, come quella muffa e
quella noia da cui temeva di essere fagocitato non fossero altro che la vita della
cittadina di provincia in cui era cresciuto, Novara, così marcata dal costume
piccolo-borghese.
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