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L'idillio di Nietzsche e il Pervertito d'Orta di S. Lo Leggio

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(da salvatoreloleggio.blogspot.it )

Non ricordo l’anno preciso, credo si fosse a metà degli anni ottanta. Una gita scolastica. Attestati sul Lago Maggiore, a Stresa allora (oggi credo abbia cambiato nome). Feci inserire apposta nell’itinerario di una delle 4 giornate un paio d’ore al Sacro Monte d’Orta. La motivazione ufficiale era un omaggio al barocco più fantastico, ma anche a Nietzsche e Lou Andreas Salomè. Era il tempo che anche a sinistra (Cacciari) si rivalutava il filosofo e sulla stampa se ne rievocava la relazione con Lou, la russa che lo innamorò e ne scrisse una importante biografia intellettuale, e che, più avanti nel tempo, accanto a Freud, diede alla psicanalisi originali e discussi contributi.

Sul Sacro Monte d’Orta è collocato il momento erotico della relazione tra il filosofo e l’allora giovanissima Salomè, il cosiddetto "idillio d’Orta". Già Nietzsche aveva detto a Lou: "Da quale stella siamo caduti per incontrarci qui?". Già nei loro conversari avevano verificato tante e forti intellettuali affinità, ma a un’incontro amoroso pieno c’erano alcuni ostacoli, esterni ed interni.

A complicare il rapporto c’era, interessato a Lou, il filosofo Paul Rée, in questo periodo amico del cuore dell’ombroso Friederich, e poi c’era il sesso. Italo Calvino ci scherzò su, in un gustoso raccontino oulipista (l’Oulipo, laboratorio di letteratura potenziale, era una sorta di associazione di sperimentazione per scrittori e poeti, di cui, oltre a Calvino, facevano parte tra gli altri Queneau e Perec). Immagina Calvino che, negli incontri con Lou, Nietzsche si sentisse eccitato solo dal filosofico dialogare, mentre con i sensi non riusciva a spiccare il volo, e che una volta, per spiegare la cosa alla dolce e giovane amica, si battesse la fronte con la mano e dicesse: "L’ale lì l’ho, Lou".

Come che sia sul Sacro Monte d’Orta, allontanatosi il terzo incomodo, Rée, e anche il quarto, la madre della ragazza, il filosofo superò ogni remora e la baciò lungamente. Poi la chiese in sposa, ricevendo netto un rifiuto, altre volte reiterato. Ma non dimenticò di celebrare quel suo stato di grazia nelle sue successive lettere a Lou. "Ti devo il più bel sogno della mia vita" - scrisse una volta, usando il pronome confidenziale. E un’altra: "...quella volta a Orta avevo deciso in cuor mio di fare partecipe Lei per prima della mia intera filosofia. Ah, lei non immagina quale decisione fosse quella: credevo che non si potesse fare dono più grande. Un’impresa di lunghissima lena...".

Una storia intrigante, dunque. Ma non è per questo che ho voluto portare lì le care ragazze e i cari ragazzi della III B, credo. E neppure per l’arte, o la natura. Lì nel parco, perfettamente integrate nel verde, ci sono una ventina di cappelle (delle 37 programmate), dentro le quali statue e pitture ricostruiscono la storia di San Francesco, al punto che si è parlato di una seconda Assisi.

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Il bello è rappresentato dal fatto che le cappelle, distribuite nel monte in una sorta di percorso a spirale, vennero costruite, riempite e decorate, nell’arco di un secolo e mezzo ed oltre, da metà Cinquecento ai primi decenni del Settecento, attraversando Manierismo, Barocco e Rococò. Ma di tutto questo scrivo solo perché ne ho letto o sentito dire.

In realtà (era questa la ragione vera di quella visita) lì, nella mezz’ora scarsa che ritardi, intralci all’ingresso eccetera eccetera ci lasciarono, osservammo distrattamente la prima cappella sulla Natività del santo (gli altri colleghi si fermarono lì) e poi andammo diritti e sparati alla XIII, dove c’è il Pervertito d’Orta, la statua che assolutamente volevo vedere e far vedere. Donde mi venisse la curiosità è presto detto: da un Oscar Mondadori, una Guida all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica, uscito nel 1971 (ma io lo comprai qualche anno più tardi), una lettura assai divertente, a prescindere dai viaggi che vorresti e potresti fare, e che comprendeva appunto la descrizione della curiosa opera d’arte. Eccola.

"Visitiamo prima di tutto la XIII cappella che porta la seguente, già di se stessa emozionante iscrizione: San Francesco si fa trascinare, quasi ignudo e legato a una corda, in mezzo alla folla gaudente, per essere disprezzato. Intorno alla commovente figura del santo, in un ambiente fantasticamente barocco, tra fastosi sfondi affrescati si sfrena un aridda di ben 51 statue, con particolari strani, vivaci, inaspettati e persino volgari, come il gruppo del povero francescano e del soldataccio che rotolano a terra l’uno sull’altro incalzati da un cavallo galoppante. Tra i gaudenti vediamo anche figure grottesche, osceni ubriachi, strani cani e uomini più strani ancora che ringhiano contro di loro, ma ben presto l’attenzione di un osservatore accurato verrà indubbiamente attirata dalla straordinaria figura del Pervertito. E’ costui un individuo di sesso maschile, ma vestito da donna, e che per giunta lascia scivolare con maliziosa noncuranza il vestito su una spalla, rivelando un po’ di petto nudo; la sua acconciatura, il suo atteggiamento tenero nei confronti dell’omaccio che gli sta accanto e l’indescrivibile, leziosissima posizione delle mani, non lasciano dubbi sui suoi gusti e sulle sue tendenze. Per togliere ogni dubbio sul suo sesso reale, l’autore della vivace e, per quei tempi (e forse anche per i nostri), arditissima statua, Giuseppe Bosnati, diede all’individuo non solo fattezze maschili volgari e ripugnanti, ma anche barba e baffi".

Vi assicuro che la descrizione, benché rivelatrice di una forte simpatia, è molto al di sotto del reale e che la cappella incuriosì e appassionò molto quelle care ragazze e quei cari ragazzi, nel suo insieme, e non solo nella statua del Pervertito. Certo è che, quando andammo via, avevo l’impressione di essere oggetto, da parte del personale, di occhiate particolari, tra il divertito e il disgustato.

S. Lo Leggio